“Algoritmo controllo - Imitation of consciousness”- Episodio 28
di Tommaso Landi
Il folle piano
Deserto di Agafay, 20 settembre.
«Con i droni!»
«Cosa intendi? Che centrano i droni, e poi? Che droni?»
Un sorriso sarcastico illuminò il volto di Galante. «Questa è la parte più divertente di tutto il piano, ieri sera ho ricontattato alcuni miei amici marocchini, a dir la verità pensavo ad altro, avevo in mente un’irruzione più classica e volevo procurarmi un po’ di fuoco di copertura.»
«Armi? Hai contatti di questo genere?»
«No, pensavo più a fuochi d’artificio, come quelli che volle Varga per l’inaugurazione del sito.»
«Megalomane, quindi cosa hai recuperato dai tuoi contatti?»
Galante sorrise. «I fuochi d’artificio sono fuori moda. Ora vanno luci e droni.»
«Il nostro fuoco di copertura allora è saltato?»
«Il fuoco sì, la copertura no, dai miei amici ho saputo che un principe marocchino sta organizzando una festa nel suo accampamento, vuole uno spettacolo con droni di ultima generazione, in grande stile.»
«E allora?»
«Mi è bastato sapere il nome della compagnia di logistica che li deve trasportare, la Wadi Systems. Il suo server è ridicolo, è stato uno scherzo violarlo da un internet caffè, qui in Marocco esistono ancora.
Ho inserito un ordine di deviazione del carico, immagino la faccia dell’autista quando questa mattina ha dovuto scaricare un container di preziosissimi UVA. Shooting Star in mezzo al deserto. Come ci ha insegnato Varga se un programma dà un ordine tutti lo eseguono senza troppe domande.»
Risaliti in fuoristrada raggiunsero una duna poco distante, lì, abbandonato nel nulla, il container rosso arrugginito faceva bella mostra di sé.
«Ora mi basterà una mezz’oretta, devo riprogrammare la coreografia dello sciame di Spaxel.»
«Non vorrai distrarli con uno spettacolo?»
«Voglio una tempesta. Polvere sollevata dai rotori. Audio sparato al massimo dai microfoni. Deve sembrare vero. Conosco le guardie arabe: odiano la sabbia e sanno che durante una tempesta nessuno si deve muovere, scommetto che correranno a chiudersi nelle guardiole.»
«Geniale, noi potremo raggiungere quel coso che hai messo dentro lo stanzino indisturbati, le telecamere non ci vedano per la sabbia.»
A metà pomeriggio era tutto pronto, Anna aveva imparato a usare la console di comando dei droni, le sarebbe bastato premere pochi tasti al momento giusto.
«Tutto pronto. Attendo il tuo segnale.»
«Siamo in posizione», disse la voce di Dellandito gracchiando dalla ricetrasmittente, «scatena la tempesta.»
Nascosto dalla duna, il portellone posteriore del container si aprì. Con un flebile ronzio che si perse nel vento uno sciame di droni si sollevò in formazione.
Le piccole macchine volanti non si diressero subito verso il vault, ma a qualche centinaio di metri di distanza iniziarono a vorticare a bassa quota smuovendo sabbia asciutta, gli altoparlanti trasmettevano la registrazione del vento durante l’infuriare di un haboob, moltiplicando il caos.
In pochi secondi si sollevò un rumoroso muro di polvere che si diresse verso il lato sud della recinzione del vault, un’illusione ottica e sonora che ingannava i sensi.
«Via! Via! Via! Ora!» ordinò Dellandito.
Lui e Galante scattarono in piedi oltre la cresta della duna più vicina alla recinzione con foulard legati sul viso e occhiali protettivi, correndo chini verso il cubo di cemento.
La sabbia sollevata dai droni era una coltre perfetta che guidata da Anna li accompagnava passo passo.
In pochi secondi raggiunsero il ripostiglio, aprirono un varco nella recinzione metallica e con un paio di calci ben assestati sfondarono la porta.
Una volta dentro, Galante si mise a lavorare al display del monitoraggio ambientale.
Gridando, per farsi sentire sopra lo strepitio della falsa tempesta, disse: «Ora dobbiamo collegare il nostro hardware al sistema centrale.»
Mentre l’uragano artificiale infuriava, le sue dita volarono sulla tastiera.
Sullo schermo i numeri si moltiplicarono, righe identiche che cambiavano solo per un decimale. Galante sorrise: era il linguaggio di Helios e lui lo parlava. Anzi glielo aveva insegnato.
«Il sistema di Helios archivia tutto con coordinate spazio-temporali», spiegò, con tono concentrato, «data e luogo di creazione. È un ordine ossessivo.»
Dellandito faceva la guardia, gli occhi fissi sulla muraglia di sabbia che urlava davanti a lui. Il resto, i codici, le spiegazioni, la teoria non gli interessavano. Galante sapeva cosa fare, si fidava di lui.
«Luogo: Villa d’Este, Como - coordinate 45°50′42.04″N 9°04′45.91″E», borbottò Galante mentre digitava, «filtro: quindici settembre, parola chiave: Cho Jin-hwan.»
Il software elaborò. Poi apparve una cartella di file.
Un clic e tutto quello che era andato perso durante l’incidente di Matteo venne scaricato.
«Andiamo», disse Dellandito.
«Aspetta, voglio fare una prova, conosco il sistema di archiviazione di Varga.
«Luogo: Helios, sede principale, coordinate - 47°8′N 9°31′E, filtro: 2025, parola chiave: dominio».
Sullo schermo si spalancò l’abisso: i piani dettagliati per una dittatura algoritmica globale, i capi di governo coinvolti, le istituzioni corrotte, la rete di imprese mondiali conniventi. La pistola fumante: prove dell’omicidio di Cho Jin-hwan e del progetto tecno-dittatoriale.
Galante staccò il dispositivo portatile con cui aveva hackerato il server con i dati ormai al sicuro nella sua memoria. Uno sguardo a Dellandito, che già annuiva, pronto alla ritirata.
I due si lanciarono di nuovo nel rutilante haboob di sabbia artificiale correndo a perdifiato.
Episodi 1 e 2 - Sulle sponde del Lago - La genesi di un’amicizia
Episodio 3 - I grandi della Terra
Episodi 5 e 6 - L’incontro - I cieli di Turner
Episodio 10 - Chi controlla chi?
Episodi 13 e 14 - Nutrirsi - Incontro chiarificatore
Episodio 15 - Lo scontro chiarificatore
Episodio 18 - Non tutto è perduto
Episodio 20 - Al Cannes Yatching Festival



