“Algoritmo controllo - Imitation of consciousness”- Episodio 17
di Tommaso Landi
Addio prove
Como, 16 settembre h. 10:00.
Tornato dalla colazione, Dellandito trovò la casa immersa in uno strano silenzio, tutto sembrava in attesa, come sospeso.
Anna era seduta sul divano, con le mani strette e intrecciate sul grembo come se potessero tenere insieme il mondo.
«Allora? Cos’è quel muso lungo, che succede?», chiese senza togliersi la giacca e cercando di nascondere la sua preoccupazione.
Anna lo fissò per un lungo istante. «Non lo sai ancora?» disse, la sua voce tradiva una stanchezza che non veniva solo dalle ore di veglia. «Ho pensato che ritardassi perché ti avevano informato, non avevi il cellulare, perché non lo hai portato?»
«Credo che sarà un’abitudine che adotterò, comunque non so nulla, dimmi, che c’è?»
«Matteo», disse in un sussurro teso, carico di paura. «Mi hanno avvisato dall’ospedale, il nostro è il primo numero che ha registrato sul cellulare per le emergenze.»
Dellandito si sedette, le mani cercavano un appoggio sul bracciolo della sua poltrona preferita, una Frau di pelle rossa. «Che ospedale? Ti hanno detto cosa è successo?»
«Non preoccuparti, ora sta abbastanza bene, ha avuto un incidente nella notte, è al Valduce.»
«Vado subito da lui, tu resta a casa, è più sicuro, se serve qualcosa telefono io.
Tu riposati, Anna, però tieniti pronta, credo avremo parecchio da fare.»
Il tono era sbrigativo, nella speranza di nascondere il tremore sotto la superficie.
Anna non fece obiezioni; gli strinse la mano con forza per un attimo, volendo trasferirgli un’energia che, in realtà, non aveva. «Salutami Matteo.»
Dellandito non rispose, prese la giacca, il telefono e uscì. La porta si richiuse con un colpo secco. La moglie rimase seduta ancora qualche secondo, poi si alzò e cominciò a muoversi nervosamente per casa, preparò una borsa, controllò la rubrica, accese il suo computer e subito lo spense.
La puzza di disinfettante si mischiava al profumo di cera d’api e iodio restituendo un’atmosfera di austera spiritualità.
Era l’odore dell’Ospedale Valduce, un’istituzione gestita dalle Suore Infermiere dell’Addolorata sin dalla sua fondazione nel 1853.
Le corsie illuminate da luci al neon erano tutto un brusio di passi e preghiere.
Matteo Di Lauri si svegliò, nonostante i potenti oppiacei sentiva la dolorosa presenza di ammaccature pulsanti su ogni osso e muscolo del suo corpo.
Ciò che però più lo spaventò era il silenzio ovattato, che subito dopo aver ripreso i sensi, lo lasciò interdetto, l’ultimo suono che la sua mente aveva registrato era quello scomposto e assordante dell’incidente.
La luce filtrata dalle veneziane creava strisce gialle sul pavimento in linoleum logoro, ma pulito.
Dal braccio fasciato pendeva una flebo discreta. Le analisi avevano evidenziato un’importante commozione cerebrale dovuta all’impatto.
Girando dolorosamente la testa vide Dellandito, seduto su una sedia scomoda che avrebbe certamente stropicciato il suo abito sartoriale.
L’amico aveva passato la mattina a smuovere cielo e terra tra prefettura, forze dell’ordine e primari.
Il sollievo che provava nel vedere Di Lauri vivo era palpabile.
«Eccoti» bisbigliò Matteo. La voce era roca, come se fosse stata spremuta da uno straccio.
«Sei vivo, testaccia dura» esordì Dellandito, senza preamboli.
Di Lauri tentò di sorridere, ma il dolore glielo impedì. «Buongiorno anche a te.»
«Non riesco ancora a capire perché ieri non ti sei fermato a dormire da noi.»
«Sai che odio non dormire nel mio letto.»
«Sì, però ieri hai rischiato di riposare per sempre in fondo al lago, cosa diavolo hai combinato?»
«La Mercedes Night Series», disse Di Lauri, strofinandosi la tempia, «vernice ossidiana.»
«Ma cosa dici, hai battuto la testa più forte di quanto pensassi, non guidi Mercedes da almeno dieci anni.»
«Non la guidavo io, è la macchina che in qualche modo mi ha buttato fuori strada.»
«Strano, non c’era traccia di nessun altro veicolo, non una frenata, nessun segno di vernice sulla carrozzeria della tua Janus, niente di niente, ho smosso mari e monti perché controllassero ogni cosa e cercassero ogni singolo indizio, dopo ieri sera ho pensato subito al peggio, comunque per fortuna guidavi la tua nuova auto, tutta quella tecnologia ti ha salvato.»
Di Lauri prese un respiro profondo, l’aria gli graffiava i polmoni. L’esperienza della notte precedente lo aveva segnato.
«Non è stata la guida assistita a salvarmi, anzi è stato l’opposto», iniziò Di Lauri, «tutto il sistema è andato a puttane, fritto, in un secondo non funzionava più nulla, ho schiacciato il pedale dei freni con forza, ma niente, nessuna risposta.»
Stringendosi nelle spalle ripensò all’orribile stridore metallico della sera prima.
«Quando ho colpito il muro, ho pensato: è finita!» Chiuse gli occhi un istante, riprovando la terribile sensazione di freddo che l’aveva avvolto. «La fortuna è che nel casino generale sono impazziti anche gli airbag, anziché disattivarsi completamente sono esplosi con un secondo di ritardo. L’auto non è caduta in verticale, l’impatto le ha dato un assetto obliquo.
Il telaio piegato ha intrappolato una sacca d’aria al momento dell’impatto con la superficie del lago e gli airbag hanno creato un cuscino di pressione che ha attutito il colpo finale, proteggendomi.»
«Sei stato fortunato, visto l’allerta rossa la strada per Menaggio era piena di ambulanze e mezzi dei vigili del fuoco, i soccorsi sono stati rapidi.»
«Devono aver trovato i rottami e il guardrail divelto.»
«Sì, mi hanno detto che eri riverso sulla riva, un peso morto, hanno pensato al peggio.»
Dopo un attimo di silenzio, Dellandito, sollevato dalle condizioni dell’amico, ebbe un lampo: «Matteo, le chiavette USB? Quelle con le prove?»
Matteo serrò le labbra. «Ieri le ho messe nella giacca», mormorò, «dovrebbe essere appesa nell’armadio, mi hanno detto che tutta la mia roba è lì.»
«In che tasca esattamente?», insisté Dellandito, già in piedi davanti all’armadietto metallico grigio, «se le perdiamo…»
«Guarda nella tasca interna, quella chiusa con la cerniera.»
Dellandito, aperta l’anta dell’armadio, frugò tra gli abiti ancora umidi e infangati che Matteo indossava la sera prima, si ricordò di quella giacca, l’avevano comprata insieme nell’ultimo viaggio a Londra, il Natale scorso.
All’inizio non trovò nulla.
«Non ci sono», disse, con la voce tesa, «forse sono scivolate fuori durante l’incidente?»
«È impossibile, ho chiuso la cerniera della tasca, lo faccio sempre.»
Matteo corrugò la fronte per un attimo e respirò. Poi, con fatica, indicò verso l’armadietto: «La tasca è quella interna in basso, è nascosta, la faccio aggiungere dal mio sarto a ogni giacca, l’hai trovata? aprila guarda se sono lì!»
Dellandito infilò la mano nella tasca e sentì il freddo del metallo: due chiavette USB tintinnarono contro le dita. Le tirò fuori e le guardò come fossero reliquie.
«Eccole!», esclamò, con sollievo.
Matteo, però, gelò il suo entusiasmo: «Non so se hanno ancora i file,» disse a bassa voce.
«È da quando mi sono svegliato che ci penso, sono sicuro che la Mercedes non mi ha toccato, ma quando si è avvicinata tutto l’impianto elettronico della mia macchina è impazzito, ho sentito descrivere cose del genere ai corsi di addestramento militare, credo che un impulso elettromagnetico mi abbia colpito, e se è stato abbastanza forte da mandare in tilt la Janus non oso pensare a cosa abbia fatto alle chiavette, potrebbe averle fritte.»
Dellandito tenne i due rettangoli di metallo tra le dita, la superficie lucida rifletteva i neon dell’ospedale.
Il pensiero che tutte le prove fossero andate distrutte gli fece correre un brivido lungo la schiena, non ci fu bisogno di dirlo ad alta voce; il senso di urgenza prese il sopravvento.
«Vado in studio», disse infine, «controllo subito se c’è ancora qualcosa di leggibile.»
«Fai presto», sussurrò Matteo ormai stanchissimo, «e quando vedi Anna dille di portarmi un po’ del Montblanc avanzato ieri, ne ho una voglia matta.»
Dellandito non rispose ma sorrise, si voltò, fece un cenno all’infermiera, «abbia cura del mio amico» le disse, e uscì di corsa dal reparto.
Nel corridoio soppesò la possibilità che se i file erano stati cancellati la partita era persa per sempre, per un attimo ne fu quasi sollevato, senza prove era impossibile intraprendere una battaglia, nessuno lo avrebbe biasimato se si fosse arreso, poi si vergognò di quel pensiero vigliacco.
Episodi 1 e 2 - Sulle sponde del Lago - La genesi di un’amicizia
Episodio 3 - I grandi della Terra
Episodi 5 e 6 - L’incontro - I cieli di Turner
Episodio 10 - Chi controlla chi?
Episodi 13 e 14 - Nutrirsi - Incontro chiarificatore


