“Algoritmo controllo - Imitation of consciousness”- Episodio 24
di Tommaso Landi
Difdu
Cannes, 18 settembre.
C’è un momento, in ogni fuga rocambolesca, in cui l’adrenalina svanisce e la realtà ti presenta il conto.
Per Dellandito e Anna quel momento arrivò quando Galante, trionfante, indicò la sua barca ormeggiata in fondo al molo di servizio del Vieux Port.
«Eccola! La Difdu!» annunciò, fiero.
Dellandito, viste le competenze del programmatore, si aspettava un gioiello tecnologico, qualcosa di simile a uno stealth, all’avanguardia, degno del genio che aveva progettato il Leviatano.
Anna si immaginava uno sloop elegante, forse anche un po’ datato, conoscendo la passione di Galante per il vintage, ma pur sempre dignitoso e appropriato al porto che lo ospitava.
La realtà fu un pugno allo stomaco.
Ormeggiata tra i superyacht dai ponti di teak lucidato a specchio e i potenti motoscafi day cruiser dalle cromature brillanti, la Difdu stonava come una bestemmia in chiesa.
Trenta piedi di legno che sembravano aver affrontato troppe tempeste. La vernice scrostata lasciava intravedere i gusti eclettici di tutti i precedenti proprietari, virando dal bianco sporco sino al violetto.
L’albero aveva la patina grigia del legno vecchio e le sartie sembravano corde da impiccagione sfilacciate e indurite dalla salsedine.
«È.…caratteristica», riuscì a dire Anna, la cui educazione di stampo anglosassone lottava ferocemente con il disgusto.
«È robusta», ribatté Galante, afferrando una cima ruvida come carta vetrata, «costruita nel ‘59, chiglia in rovere massello. Non come questi gusci di vetroresina» aggiunse, lanciando uno sguardo di disprezzo al megayacht accanto, dalla cui cambusa arrivava un delizioso profumo di pasta allo scoglio e grigliata di mare, sicuramente accompagnate da abbondante champagne.
Dellandito osservò la barca, poi il vicino yacht, poi di nuovo la barca. «Galante, sii serio, vuoi attraversare il Mediterraneo su questo relitto?»
«Preferisci un cabinato con il GPS che trasmette la nostra posizione in tempo reale a Varga?», ribatté secco Galante, issandosi a bordo.
«Questa non ha un chip, una batteria al litio o un account social. È un fantasma. Per sfuggire a Helios abbiamo bisogno di un tuffo nel passato. Ma sottocoperta ho installato un motore che fa i 40 nodi, con questo gioiellino siamo in grado di volare.»
«Speriamo non affondi prima di decollare», disse Anna.
La salita a bordo fu esilarante.
Mentre sul vicino yacht una hostess in tailleur bianco serviva aperitivi a base di ostriche e ricci, loro percorsero un’asse di legno scheggiata che serviva da traballante passerella, sotto lo sguardo schifato e divertito di miliardari intenti, tre ponti più in alto, a sorseggiare Krug servito a perfetta temperatura.
L’interno era peggio. L’odore di legno umido si era indissolubilmente sposato con quello di nafta stantia e pesce vecchio.
Le cuccette erano amache e il tavolo da carteggio sembrava appartenuto a un rigattiere, quasi tutto lo spazio disponibile era occupato da un potente motore nautico dall’aspetto efficientissimo.
«La nostra via di fuga», disse Dellandito ad Anna, sorridendo.
Poco fuori dal porto il vento cambiò direzione.
Ora soffiava da nord-est un maestrale che prometteva di spingere velocemente la vecchia barca a vela lontano dalla costa francese.
La Difdu scivolava tra le onde con un fruscio costante, quasi un sospiro di sollievo per essere tornata in mare aperto.
Era una barca che, in effetti, apparteneva a un’altra epoca. Legno, rame, canapa. Niente radar, GPS, radio. Solo bussola, sestante e carte nautiche stese sul tavolo da carteggio nella cabina.
«Dobbiamo tenere la rotta a sud-ovest», disse Galante, chinato su una carta logora e ingiallita. Il suo dito tracciò una linea immaginaria da Cannes fino a Capo Falcon, sulla costa nord-orientale del Marocco.
«Circa trecento miglia. Con questo vento, se tutto va bene, poco più che un giorno.»
Dellandito annuì, gli occhi fissi sull’orizzonte trapuntato di luci.
La tensione non lo aveva ancora abbandonato. L’immagine di Zoran, fermo e impassibile sul molo lo rendeva inquieto.
Quella calma non era rassegnazione. Era la sicurezza del cacciatore che sa di avere la preda in trappola e può permettersi di aspettare.
Anna era a poppa, lo sguardo perso nel tramonto.
Il mare, in poche ore, divenne un velluto nero, increspato dalla scia bianca e fosforescente della Difdu, sospinta dal suo potente motore.
Non c’erano luci di altre imbarcazioni, solo inchiostro blu e il respiro del vento.
«Pensi che ci abbiano visto salpare?», chiese Anna, senza voltarsi.
«L’elicottero di Zoran è atterrato a Point Croisette. Hanno i mezzi per sorvegliare tutto il golfo», rispose Dellandito, «ma questa barca in effetti è un fantasma. Non emette segnali. Per i loro satelliti siamo invisibili.»
Galante, che visto il silenzio che circondava lo scafo li sentì parlare, alzò gli occhi dalla carta. «Non sottovalutare Varga. Il Leviatano non ha bisogno di inseguire un segnale GPS. L’IA della Helios può analizzare la realtà e predire il futuro prossimo, inoltre il programma di navigazione che ho contribuito a creare analizza i modelli delle correnti, il vento e le rotte commerciali.
Può calcolare con buona approssimazione la nostra meta, gli bastano il punto di partenza e le condizioni meteo. È un gioco di probabilità contro il processore più potente del mondo.»
La notte avanzava, profonda e stellata. Il cielo era nero striato di nubi sottili che riverberavano uno spicchio di luna giallastra.
Le stelle erano così luminose che si specchiavano nel mare calmo, creando l’illusione di navigare nello spazio profondo.
Dellandito si alternava con Galante al timone, una pesante ruota di legno di teak levigato dal tempo che trasmetteva ogni vibrazione dello scafo e ogni sussulto della chiglia.
Teneva la rotta guardando la bussola, correggendo di un grado, poi di un altro, la prua sempre rivolta verso il sud-ovest.
Era un gioco a cavallo tra l’intuizione e la sensibilità, un dialogo continuo tra l’uomo, il legno, il vento e il mare.
Anna riuscì a preparare, su un piccolo fornello a gas, una pasta usando alici e succo di limone, una volta scolata la cosparse di pane secco. «manca il prezzemolo, ci vorrebbe.»
«Non sapevo neppure di avere alici e limone» rispose Galante.
Dopo cena l’aroma amaro del caffè si mescolò all’odore di sale e legno umido.
Poco prima dell’alba, quando le stelle cominciavano a impallidire e Gibilterra era alle spalle della Difdu, Dellandito vide la costa.
Poi all’orizzonte, verso poppa, due punti luminosi, bassi sull’acqua comparvero tra le onde.
«Quelle non sono le luci di una nave da carico», ne avevano incrociate tante durante la notte, «si muovono troppo veloci…Anna!»
Anna uscì dalla cabina, svegliata di soprassalto, dei tre era l’unica che fosse riuscita a dormire.
Seguì la direzione dello sguardo del marito e il suo volto si fece terreo.
«Motovedetta», mormorò.
«Sì e non sta seguendo una rotta commerciale. Sta zigzagando. Cerca qualcosa. O qualcuno.»
«Cerca noi». Il cuore di Dellandito batteva all’impazzata, fiaccato dalla lunga veglia, ora a un passo dall’arrivo si sentiva inesorabilmente braccato.
L’algoritmo di Varga li aveva scovati, e senza dubbio avrebbe guidato Zoran fino a loro.
«Possono vederci?» Anna strinse le mani che tremavano per la tensione e il freddo.
«Con il radar no», disse Galante, «siamo piccoli e gli scafi in mogano sono difficili da rilevare. Finché non albeggia, con mura basse come le nostre siamo quasi invisibili. Dobbiamo ammainare le vele e spegnere la luce della bussola.»
Spenta la fioca lampada, la poppa piombò nell’oscurità.
La barca disarmata si limitava a rollare pigramente tra le onde.
Le luci della motovedetta si avvicinavano, poi si allontanavano, tracciando archi ampi nel buio.
Era un accerchiamento sinistro che durò quasi un’ora.
Ogni volta che le luci sembravano allontanarsi, un filo di speranza si accendeva nella ciurma, poi tornavano a puntare verso di loro.
Come era comparsa, la motovedetta scomparve inghiottita dall’oscurità che precede l’alba.
Il buio che seguì fu un balsamo che allentò la tensione
«Forse non ci hanno visto», sussurrò Anna.
«La vecchia Difdu ci ha protetto», disse Galante
Il sole iniziò a tingere l’orizzonte di un rosa pallido.
Nonostante lo scampato pericolo la sensazione di essere braccati non li abbandonò.
Navigarono sotto un cielo di un azzurro intenso, spinti da un vento teso e caldo, con lo sguardo costantemente rivolto all’orizzonte.
La costa frastagliata del Marocco era sempre più vicina, ma nessuno di loro si rilassò.
Attraccarono in una cala deserta, a est di Cala Blanca nei pressi di Tangeri.
L’ancora, rigorosamente calata a braccia arò sino a fermarsi nella sabbia.
Il viaggio era finito, ma la parte più pericolosa del loro progetto stava per iniziare.
Il ricordo delle luci della motovedetta era un promemoria: Varga non si arrende mai.
Episodi 1 e 2 - Sulle sponde del Lago - La genesi di un’amicizia
Episodio 3 - I grandi della Terra
Episodi 5 e 6 - L’incontro - I cieli di Turner
Episodio 10 - Chi controlla chi?
Episodi 13 e 14 - Nutrirsi - Incontro chiarificatore
Episodio 15 - Lo scontro chiarificatore
Episodio 18 - Non tutto è perduto
Episodio 20 - Al Cannes Yatching Festival



