“Algoritmo controllo - Imitation of consciousness”- Episodio 19
di Tommaso Landi
Episodio 19 - In viaggio
Da Como alla Costa Azzurra, 17 settembre.
Quella mattina di fine estate il lago era una lastra d’argento opaca, immobile sotto un cielo vasto e indifferente.
Tutta la città, ancora addormentata, aveva una fredda eleganza borghese.
Non c’era fretta nella partenza dei Dellandito, come deciso avevano scelto la via più lunga, quella meno plausibile per una fuga e forse per questo la più sicura.
Il viaggio verso Cannes aveva un obiettivo disperato, ma non c’era motivo per non goderselo.
Il regalo non molto gradito di Dellandito alla moglie era una Jaguar Mark II del 1965, un anacronismo luccicante, un monolite di cromature e lamiera in un mondo ossessionato dall’elettronica e dall’efficienza.
L’auto, con la sua linea da berlina sportiva e il cofano lungo e prepotente, suggeriva eleganza e velocità, un’illusione da sacrificare però al ritmo scelto per il percorso che, durante la notte, i due avevano stabilito di seguire usando, per tracciarlo, vecchie cartine stradali del Touring Club riesumate per l’occasione dalla soffitta, dove erano state dimenticate con l’avvento di Google Maps, quelle con la copertina di plastica amaranto, che prima dell’avvento dei navigatori satellitari non mancavano mai nelle case dei viaggiatori,
L’abitacolo era una capsula del tempo, una cattedrale di radica e cuoio. L’ampia superficie vetrata, una delle modifiche estetiche e funzionali che avevano trasformato il modello Mark I nell’iconico Mark II, inondava l’interno di una luce chiara e cristallina che le moderne autovetture rifuggono con vetri polarizzati oscuranti.
Anna, pur senza volerlo ammettere, si stava innamorando di quell’auto.
A tradirla era la studiata voluttuosità con cui pigiava i vari tasti del cruscotto e la naturale cura che riservava a tutto ciò che amava, sedendosi aveva sistemato una sciarpa sullo schienale in pelle invecchiata, particolare che non sfuggì a Dellandito.
Il cuoio della selleria diffondeva nell’abitacolo un profumo complesso e profondo, ricordo di anni passati, odore di cera e olio motore, una fragranza affinata da lustri di sole e salsedine estiva, di gelo e neve invernali, che riportavano alla memoria cartoline di Portofino e Cortina, essenze di vita vissuta.
Senza dire una parola, Anna accarezzò il legno scuro della plancia fatta di radica di noce, lucida fino all’eccesso, le sue venature tortuose sembravano antichi arabeschi.
La scelta di percorrere le strade secondarie, evitando la rete autostradale che avrebbe permesso di coprire più distanza in meno tempo nel torpore anestetizzato della velocità, in questo caso era dettata da un’esigenza di sicurezza, ma voleva dire anche scegliere la fatica e, con essa, la consapevolezza della gravità del gioco che avevano deciso di iniziare.
Ogni curva, ogni salita, ogni decelerazione avrebbero richiesto un gioco di muscoli e meccanica, un dialogo fra il pilota e il motore sei cilindri in linea XK da 3.8 litri della Jaguar.
Girata la chiave, la Mark II si accese con un ruggito rauco, inconfondibile, che riempì l’aria quieta di Como.
Superata senza sforzo la pianura piatta e che ancora portava le cicatrici riarse del sole d’agosto, le strade secondarie si arrampicavano sugli Appennini liguri. La fatica della Mark II, il suo lamento sordo sulle pendenze, era la giusta colonna sonora per lo stato d’animo dei due viaggiatori.
Il paesaggio montano era severo.
Seduta accanto a suo marito Anna guardava le pareti rocciose, le chiazze di bosco scuro e si chiedeva se il loro sforzo di frenare lo sviluppo di Helios non fosse anacronistico come l’auto su cui viaggiavano.
Quando lui toglieva il piede dall’acceleratore per affrontare una curva stretta, o in una lunga discesa, Anna coglieva un suono preciso, una piccola dissonanza nel ruggito ben oliato del motore, lieve e persistente. Non era abbastanza forte da impensierire, ma era lì, un piccolo battito metallico che si faceva più evidente in decelerazione, quasi l’eco insistente di tutte le loro preoccupazioni.
Fu verso la fine della mattinata che la Jaguar, superato l’ultimo valico interno, discese leggera da una strada che cominciava a mostrare l’orizzonte del mare. La transizione dello scenario fu brusca, quasi violenta.
Non appena raggiunsero il promontorio che dominava la costa della Riviera di Ponente, il paesaggio non si svelò con dolcezza, ma si impose improvviso e accecante.
La luce ligure, in quella sezione estrema dell’Ovest, non ricordava quella dei quadri di Cézanne, ma era comunque inconfondibilmente mediterranea e consolante. Abbacinante riusciva a definire ogni contorno con una chiarezza brutale.
Il paesaggio che ne veniva inondato la rifletteva implacabile.
Il grigiore abituale della garriga, di lentischi e rosmarini, che altrove appariva spento, qui veniva ravvivato dalla testardaggine del sole costiero, che ne cavava fuori inattese sfumature di marrone e verde.
Dopo aver attraversato piccoli borghi aggrappati alla montagna, la Jaguar si immise sulla Strada Statale 1, l’antica Via Aurelia, che li avrebbe guidati a filo di costa.
A fermarli fu solo la fame pura e fisica, una necessità che si manifestò con l’arrivo del mezzogiorno.
Lontani dalle abituali soste veloci in Autogrill lasciarono la Jaguar posteggiata in uno slargo ghiaioso e ombreggiato, accanto alla piazza principale di un paese appena oltre Imperia.
L’obiettivo era un’osteria o un ristorantino, insomma un ristoro che non conoscesse la fretta turistica.
Il contrasto fu netto. Uscire dall’abitacolo surriscaldato per entrare nella penombra fresca di una trattoria rustica, era come rompere un incantesimo.
L’aria era satura di odori familiari, semplici, che riportavano Anna e Dellandito al passato: l’aglio rosolato, il profumo acuto della maggiorana e l’aroma erbaceo dell’olio d’oliva erano invitanti.
Sedettero a un tavolo di legno massiccio con vista su una porzione di mare, ora di un blu più profondo, meno abbagliante.
La cameriera, con la cadenza svelta e asciutta della gente a cavallo tra la Liguria e il Piemonte, portò acqua e una bottiglia di Vermentino fresco.
Il vino, secco e minerale, sciolse un poco la rigidità accumulata da Dellandito dopo ore di guida.
La cucina della trattoria, scelta un po’ a caso, si rivelò eccellente.
Anna ordinò tortelli di erbe alla maggiorana; quando il piatto arrivò svelò una manciata di pasta fresca ripiena di Preboggion, quel misto di erbe selvatiche raccolte sui crinali, dal sapore complesso e amaro, profumato, persistente.
La pasta, all’assaggio sottile, cedeva al morso, liberandone il cuore verde e selvatico. La sapidità amara delle erbe, rivelandosi al suo palato attento e addestrato, la rapì.
Dellandito fu felice di trovare sulla carta del giorno delle sardine ripiene, che non esitò a ordinare.
Quel pesce povero, dorato e fritto in olio bollente regalava al palato un contrasto di consistenze e sapori che imponeva un’attenzione totale.
Entrambi durante il pranzo scordarono il difficile compito cui erano chiamati, per la prima volta dalla morte di Cho, Anna e suo marito parlarono non di quello che era o sarebbe stato, ma del sapore delle erbe selvatiche, del vino e della panatura delle sardine.
Il pasto fu una tregua.
Quando uscirono dalla trattoria, il sole non era più allo zenit.
Dellandito provava una stanchezza dolce, quasi rassegnata.
Rientrando nell’abitacolo della Mark, la pelle dei sedili accolse i loro corpi con un tepore materno.
L’ultima tappa, che li avrebbe portati verso Ventimiglia e da lì al confine francese, era un percorso quasi pianeggiante lungo la costa, una sequenza di gallerie e viadotti che offrivano scorci rapidi e abbacinanti sul mare.
Il cambio di Stato fu segnato da un semplice cartello, poi la segnaletica stradale passò da blu a verde.
La Liguria aspra, con la sua luce impietosa, lasciò il posto a una Costa Azzurra immediatamente più levigata, internazionale.
Mentre il sole iniziava a tramontare sulla Promenade de la Croisette, la Jaguar Mark II entrava a Cannes.
Il viaggio questa volta non portava a un luogo di vacanza, ma verso una speranza, il rischio che stavano per correre, però, sarebbe stato più grande di quanto fossero pronti ad ammettere.
«Ora parcheggio, sono distrutto poi penseremo a come raggiungere Galante.»
«Hai già qualche idea?»
«Ho fatto alcune telefonate da casa prima di partire, non poter usare il cellulare è una seccatura, non posso controllare le mail, faremo alla vecchia maniera, domani passeremo alla biglietteria del salone nautico.»



