“Algoritmo controllo - Imitation of consciousness”- Episodio 26
di Tommaso Landi
La sosta
Marrakech, 19 settembre.
Guidati da Dellandito, che sapeva sempre dove soggiornare comodamente in qualsiasi città con una minima attrattiva turistica, i tre si addentrarono nei vicoli della Medina fino al Riad Al-Mizan.
La struttura si nascondeva nel labirinto pulsante della Medina come un diamante in una miniera di carbone.
Oltre il pesante portale di cedro intarsiato da artigiani ormai scomparsi da generazioni, un mondo di opulenza silenziosa si dispiegò ai loro occhi.
Un cortile aperto ritagliava sopra le loro teste un angolo di cielo topazio.
Al centro una fontana rivestita da un prezioso mosaico di zellige borbottava allegra come solo l’acqua sa fare quando l’aria torrida imporrebbe il silenzio. L’odore di gelsomino e legno di rosa avvolgeva i sensi come un velo prezioso.
Il concierge, un uomo dalla barba curatissima e la jellaba bianca immacolata, li accolse con una compostezza che vacillò solo per un istante.
Il loro aspetto lo spiazzò.
Quando li scrutò: tre spettri stanchi e polverosi, con i vestiti macchiati di sabbia, sudore e olio motore, gli occhi scavati dall’assenza prolungata di sonno, il suo volto, solitamente impassibile, non riuscì a nascondere il disgusto.
Dellandito, che sapeva indossare con dignità anche un abito di lino ormai più simile a uno straccio che a un capo sartoriale, avanzò verso di lui con passo sicuro. Nessun convenevole.
«Buongiorno. Vorremmo due camere, una singola e una suite. Immagino accettiate contanti.»
Nel dirlo sfilò dal taschino interno della giacca un elegante fermasoldi d’argento che serrava numerose banconote da cento euro.
Vedendo il concierge tentennare, ne prese un paio e le depose sul vassoio d’ottone accanto al bancone di marmo della reception e con un gesto che non ammetteva repliche disse: «Queste sono per lei, per la sua discrezione, noi non alloggiamo qui, o perlomeno non vi alloggeremo per un paio di giorni, poi se vorrà potrà registrare la nostra presenza, non voglio metterla nei guai.»
L’effetto fu istantaneo. Il ribrezzo nello sguardo del concierge si dissolse, rimpiazzato dalla reverenza riservata a una nuova specie di cliente: l’ospite munifico di mance.
Con un cenno del capo e un sorriso professionale il tacito accordo fu siglato.
«Benvenuti al Riad Al-Mizan. Sarete i nostri ospiti più preziosi. Seguite il ragazzo.»
Nessun passaporto richiesto, nessun nome scritto su un registro. Erano fantasmi, per un paio di notti, quello scrigno di lusso sarebbe stato il loro rifugio.
Un’ora dopo, l’acqua calda delle docce di marmo aveva lavato via la sabbia, il sudore del deserto e buona parte della loro fatica.
Il giovane facchino che li aveva accompagnati alle camere, debitamente istruito e remunerato, aveva procurato loro vestiti nuovi, leggeri comprati al suk vicino.
In quel lusso discreto, dove la tecnologia faticava ancora ad insinuarsi nella vita della gente, la minaccia di Helios sembrava lontana.
«Per un istante ho creduto che parte del mondo fosse riuscito a resistere alle lusinghe di Varga.»
«Cosa intendi?»
«Guarda quel pannello touchscreen, quello che controlla la domotica della stanza, è della Helios, si accede con dati biometrici.»
«Per fortuna non siamo stati registrati, il programma è impostato su automatico, ma se volessimo cambiare temperatura, umidità o luminosità della stanza le impronte rileverebbero la nostra presenza qui.»
«Avverto Galante, dobbiamo...»
«Non serve è attento a queste cose, lo vediamo questa sera, come d’accordo, ora riposiamo, pensavo di pranzare in camera, guarda sul menu alla card, c’è qualcosa che ti ispira?»
Dopo pranzo la giornata passò in fretta tra hammam, massaggi con olio d’Argan e prolungate soste nella sauna dell’hotel.
La terrazza del ristorante, dove i tre si erano dati appuntamento, era sospesa sopra i tetti piatti della Medina; un cielo nero velluto trapunto di diamanti freddi contrastava con il caotico brulicare delle vie sotto di loro.
Il vapore che si sprigionò quando il cameriere scoperchiò il tajine, carico di zafferano e cannella, avvolse il viso di Anna come un velo orientale. I suoi capelli, dopo una giornata alla spa, rilasciavano un tenue profumo di gelsomino che contrastava con gli aromi speziati delle pietanze.
Le sue dita, affusolate, sfiorarono il bordo della terracotta calda mentre ne studiava il contenuto con l’intensità di un critico d’arte davanti a un Rembrandt.
«Agnello», mormorò, osservando come la carne cedesse sotto la pressione del cucchiaio di legno, «guarda come si sfalda, non serve nemmeno il coltello.»
Le sue narici si dilatarono leggermente mentre inspirava l’aroma che si diffondeva al tavolo: note dolci di cipolla caramellata, la punta acre dello zafferano, il calore avvolgente della cannella che si mescolava al miele. «Le prugne secche sono ravvivate nel brodo fino a diventare quasi una gelatina. E senti questa,» aggiunse, indicando le mandorle tostate, «sono state immerse in acqua di rose. Un dettaglio da intenditori».
Galante, già impegnato a riempire il suo piatto con una montagna di couscous vaporoso, le lanciò un’occhiata divertita sopra il bordo del bicchiere di vino. «Stai studiando questa ricetta come se fosse un progetto di organizzazione aziendale per una banca, Anna.»
Le labbra di Anna si incurvarono in un sorriso che finalmente le raggiunse gli occhi, creando piccole rughe di espressione.
«Il cibo, caro Galante, è l’unica cosa che merita attenzione oltre naturalmente ai progetti bancari.»
Dellandito la guardò divertito e lei aggiunse: «Ah… naturalmente e a mio marito.» Prese un boccone di agnello e le sue palpebre si abbassarono lentamente in un’espressione di pura estasi. «Vi giuro che quando usciremo da questo pasticcio, la prima cosa che farò sarà replicare questo piatto. Vi farò assaggiare un tajine che ci farà dimenticare persino il nome di Varga.»
«Speriamo», borbottò Galante mentre Dellandito rideva di gusto.
Anna indicò un’insalata di pomodori e cetrioli. «Osserva la precisione: pomodori tagliati in ottavi perfetti, menta fresca a julienne, un condimento di olio d’oliva e succo di limone con un accenno di fiori d’arancio.» La nota agrumata raggiunse le narici di Dellandito, che annuì con apprezzamento.
Per un’ora, l’unico suono fu il tintinnio delle posate d’argento sulla ceramica e il fruscio del vento che portava con sé le voci lontane della piazza Jemaa el-Fna.
Il vino rosso scuro lasciava macchie simili a sangue sul lino della tovaglia, mentre il vapore del tè alla menta danzava ritmicamente nei bicchieri di vetro riccamente incisi.
Mentre i suoi commensali assaggiavano estasiati il chebakia di miele e semi di sesamo fritto Galante posò la tazzina cesellata con un colpo secco che ruppe il silenzio.
«Domani testiamo la mia backdoor. Scopriremo se questo vecchio programmatore è stato abbastanza folle e geniale da creare il punto debole di un dio.»
Dellandito incrociò il suo sguardo, occhi marroni che riflettevano la fiamma tremula delle candele come mogano lucidato. «Vendicheremo la morte di Cho e faremo capire a Varga l’importanza della variabile umana».
«E Matteo?» disse Anna stuzzicandolo, «non lo vuoi vendicare?»
Dellandito sorrise appena. Senza allegria. «Vendicarlo? Matteo sa incassare. A quest’ora sarà già in piedi, ha la pelle dura.»
Circondati dalla bellezza di Marrakech, sazi, confortati dalla umana imperfezione della città, l’impresa non sembrò disperata. Sembrò possibile. Sembrò giusta. Sembrò, soprattutto, necessaria.
Galante si alzò. «Domani sarà un giorno lungo e pericoloso. Entro stanotte devo organizzare dei dettagli. Ci vediamo nel cortile del riad all’alba, prima che la città si risvegli.»
«A che ora?»
«Direi alle cinque.»
Episodi 1 e 2 - Sulle sponde del Lago - La genesi di un’amicizia
Episodio 3 - I grandi della Terra
Episodi 5 e 6 - L’incontro - I cieli di Turner
Episodio 10 - Chi controlla chi?
Episodi 13 e 14 - Nutrirsi - Incontro chiarificatore
Episodio 15 - Lo scontro chiarificatore
Episodio 18 - Non tutto è perduto
Episodio 20 - Al Cannes Yatching Festival



