“Algoritmo controllo - Imitation of consciousness”- Episodio 25
di Tommaso Landi
Lo sbarco
Tangeri, 19 settembre.
Lo sbarco fu un’operazione degna di esperti contrabbandieri.
Il dinghy del Difdu scivolò nella caletta; il fasciame lucido rifletteva le prime luci dell’alba mentre le vele grigie, consunte dal sale, venivano ammainate in fretta.
Dopo le lunghe ore passate a chiacchierare durante la traversata, ora Dellandito, Anna e Galante sembravano non aver più nulla da dirsi, a riempire il silenzio erano il respiro del mare e il fruscio dei loro passi frettolosi sulla sabbia bagnata.
L’odore che impregnava i vestiti sapeva di sale, alghe marce, sudore e nafta.
«Benvenuti in Marocco», sussurrò Galante, con l’acqua ancora alle caviglie.
Prima di lasciare la spiaggia si girò verso la sua barca e in silenzio, con due dita alla fronte fece un cenno di saluto.
Anna non vide, mentre a Dellandito si strinse il cuore, quel gesto non salutava solo la Difdu, salutava la vita.
Risalita una duna il paesaggio era onirico.
Tangeri, distesa in lontananza, era un tappeto di luci gialle e bianche che si arrampicavano sulle colline, il porto brulicava già di vita.
Dietro la città si scorgeva l’entroterra, dove il sorgere del sole era salutato dal fumo lento che si innalzava dai fuochi degli accampamenti berberi.
Nell’aria c’era un profumo pungente.
«Cos’è questo odore?», disse Anna.
Stiracchiandosi la schiena indolenzita, Dellandito, che era già stato in passato in Marocco, rispose: «Puzza di stalla, di diesel, di agnello arrosto e ... di spezie. È l’odore dell’Africa, meno poetico di come lo descrivono, ma più vero.»
«Muoviamoci», incalzò Galante, «prima di mezzogiorno serve un veicolo. Conosco qualcuno, quando la Helios costruì il vault venivo spesso qui, ho degli amici in città.»
Il “qualcuno” si rivelò essere un uomo dall’aria assonnata in un garage fumoso ai margini di una bidonville. Carcasse di auto arrugginite ovunque.




