LEGGER(MENTE) – LE RECENSIONI DI BLAST - Ma perché non mi capisci?
(Chiara Forino)
San Valentino! In occasione della festa, allo stesso tempo, più romantica e più commerciale dell’anno, oggi propongo un regalo a costo (quasi) zero, che potrebbe fare felice la vostra dolce metà: un libro per capirsi davvero.
“Estendere” - LE PAROLE DI BLAST
(Cristina Marchesan)
Un sogno ricorrente accompagna le mie notti in un susseguirsi di fantasiose avventure.
“Algoritmo controllo - Imitation of consciousness”- Episodio 25
(Tommaso Landi)
Lo sbarco
Lo sbarco fu un’operazione degna di esperti contrabbandieri.
Quando cambiare spaventa
(Stefano Ricca)
A febbraio di quest’anno sono ventiquattro anni che lavoro in uno studio professionale.
All’esame di maturità l’esaminatore mi chiese cosa volessi fare dopo. Sociologia. Dell’animo umano sono sempre stato curioso. Non psicologia, non sarei in grado di curare nessuno. Ma capire sì. L’esaminatore guardò me, guardò il diploma di ragioniere, non disse niente. Promosso con il minimo sindacale. Uscii con un giuramento: quel lavoro non lo farò mai.
Un paio d’anni dopo, febbraio, avevo ventidue anni. Entrai in uno studio commercialista senza sapere cosa fosse davvero uno studio professionale. Mi dissero due cose: inserisci l’IVA, rispondi al telefono. Fine. Lo studio era diviso così: chi faceva l’IVA e chi la contabilità. Due mondi che in comune avevano il battere i tasti sulla tastiera. La segreteria smistava fax e buste. La stampante ad aghi batteva i bollettini ICI con quel rumore da mitragliatrice che chi c’era se lo porta ancora nelle orecchie. La posta elettronica esisteva ma nessuno la usava. Eravamo appena passati all’euro e i clienti ragionavano ancora in lire. La carta era ovunque: circolari, il quotidiano del fisco, il testo unico aperto sulla scrivania del dottore come una bibbia. Uno studio lo sentivi: odore di toner, di carta ingiallita, di caffè della macchinetta in segreteria.
I commercialisti sono “di-versi”
(Maurizio Nadalutti)
Tutto comincia con la pratica e l’esame di Stato
e la pinta di birra quando finalmente l’hai superato.
Da lì in poi è quasi come entrare in un frullatore,
la professione, infatti, assorbirà (quasi) tutte le tue ore.
La consulenza, il bilancio e l’ennesima dichiarazione:
lo studio che assomiglia sempre più ad una prigione.







