Quando cambiare spaventa
di Stefano Ricca
A febbraio di quest’anno sono ventiquattro anni che lavoro in uno studio professionale.
All’esame di maturità l’esaminatore mi chiese cosa volessi fare dopo. Sociologia. Dell’animo umano sono sempre stato curioso. Non psicologia, non sarei in grado di curare nessuno. Ma capire sì. L’esaminatore guardò me, guardò il diploma di ragioniere, non disse niente. Promosso con il minimo sindacale. Uscii con un giuramento: quel lavoro non lo farò mai.
Un paio d’anni dopo, febbraio, avevo ventidue anni. Entrai in uno studio commercialista senza sapere cosa fosse davvero uno studio professionale. Mi dissero due cose: inserisci l’IVA, rispondi al telefono. Fine. Lo studio era diviso così: chi faceva l’IVA e chi la contabilità. Due mondi che in comune avevano il battere i tasti sulla tastiera. La segreteria smistava fax e buste. La stampante ad aghi batteva i bollettini ICI con quel rumore da mitragliatrice che chi c’era se lo porta ancora nelle orecchie. La posta elettronica esisteva ma nessuno la usava. Eravamo appena passati all’euro e i clienti ragionavano ancora in lire. La carta era ovunque: circolari, il quotidiano del fisco, il testo unico aperto sulla scrivania del dottore come una bibbia. Uno studio lo sentivi: odore di toner, di carta ingiallita, di caffè della macchinetta in segreteria.
Il commercialista era il professionista dei numeri obbligatori. Reddito, imposte, società da costituire o sciogliere. “Devo parlarne con il mio commercialista” voleva dire una cosa sola: ho un’idea ma serve qualcuno che la metta a terra, che mi dica se sta in piedi. L’architetto della pratica. Il cliente arrivava con un’idea e un’ignoranza dichiarata. Sapeva di non sapere. Non c’era Google, non c’era niente che gli regalasse l’illusione di sapere già. Veniva perché aveva bisogno. E per quello si fidava.



