Il cumulo giuridico applicato in sede di ravvedimento operoso: l’“infelice” deroga al favor rei crea ulteriori distorsioni
(Andrea Gaeta e Maurizio Nadalutti)
Alcuni contribuenti potrebbero essersi accorti di avere commesso degli errori in sede di compilazione delle dichiarazioni fiscali con riguardo ai periodi d’imposta 2023 e 2024, trovandosi, pertanto, nella situazione di dover regolarizzare la propria posizione verso il fisco.
SPILLI EREDITARI - Il Guardiano del trust tra vigilanza e ingerenza: riflessi sulla qualificazione fiscale del rapporto
(Piero Sanna Randaccio)
Di tutte le figure che affollano il lessico – e l’immaginario – del trust, il Guardiano è probabilmente la più fraintesa. Non perché il suo ruolo non sia chiaro in astratto, ma perché nella pratica quotidiana viene spesso caricato di aspettative, poteri e missioni salvifiche che ne snaturano la funzione originaria. In teoria, il Guardiano dovrebbe essere il cane da guardia: attento, vigile, silenzioso. In pratica, non di rado, finisce per comportarsi come un direttore d’orchestra convinto che senza il suo gesto ampio e teatrale nessuno sia in grado di suonare una nota.
Trust offshore? Il trucco non funziona più
(Maria Benedetta Bisetti)
La sentenza delle Sezioni Unite della Cassazione n. 26471 del 2025 non scopre nulla di nuovo sui trust interni.
Ma fa una cosa decisiva: chiude definitivamente la partita sulla giurisdizione.
Ed è qui la vera novità.
La Cassazione e il dilemma della scrittura del ricorso: tra il dovere di sintesi e il diritto alla giustizia
(Lorenzo Romano)
Più volte abbiamo scritto di temi analoghi, ma il panorama della giurisprudenza di legittimità italiana si arricchisce di due nuovi provvedimenti destinati a far discutere avvocati e magistrati, toccando ancora una volta un nervo scoperto della recente riforma Cartabia: il delicato equilibrio tra la chiarezza espositiva degli atti e il diritto alla tutela giurisdizionale.
La gestione delle non conformità
(Michele D’Agnolo)
La gestione delle non conformità è un tema cruciale tanto nelle aziende quanto negli studi professionali, ma spesso viene affrontato con un approccio ancora troppo arcaico. Per anni, e in molte realtà ancora oggi, l’errore è stato trattato come una colpa da individuare, più che come un segnale da comprendere. La gestione “classica” delle non conformità si basa su due pilastri: la ricerca del colpevole e la punizione. Quando qualcosa va storto, la prima domanda è: “chi ha sbagliato?”, e l’intera energia organizzativa si concentra su questo. Si individuano responsabilità personali, si emettono rimproveri, talvolta sanzioni formali. L’obiettivo implicito diventa creare un deterrente, far sì che l’errore “non si ripeta”, facendo sentire il peso della colpa a chi lo ha commesso. Questo modello, però, produce due effetti tossici: da un lato alimenta paura e autocensura, dall’altro impedisce di scoprire le vere cause del problema, che quasi sempre risiedono nel processo e non nella persona. Una cultura orientata alla colpa non previene gli errori, semplicemente li sotterra. È il contrario della qualità.
Identità professionale e futuro. Chi sei quando non ti senti più indispensabile?
(Mario Alberto Catarozzo)
Certamente per molti professionisti le certezze di un tempo sono venute meno. Non ci riferiamo a carriera e soldi – di cui abbiamo più volte trattato – ma della certezza identitaria.








