Identità professionale e futuro. Chi sei quando non ti senti più indispensabile?
di Mario Alberto Catarozzo
Certamente per molti professionisti le certezze di un tempo sono venute meno. Non ci riferiamo a carriera e soldi – di cui abbiamo più volte trattato – ma della certezza identitaria.
Ci eravamo da poco abituati al cliente che cerca la risposta su Google e in un attimo siamo di fronte al cliente che trova la risposta su ChatGPT. Lo so, molti risponderanno che la vera risposta non la trovano su ChatGPT, che il professionista è un’altra cosa, eccetera, ma intanto la direzione è tracciata e là stiamo andando. Se un software risolve in pochi minuti ciò che richiedeva ore del tuo tempo, questo può generare domande che minano le fondamenta del “chi sono allora? A cosa serve tutta la mia esperienza e l’aver studiato?” Le domande sono quanto mai legittime e manifestano la necessità di trovare un nuovo posto in questo mercato che si sta radicalmente trasformando. Per commercialisti, consulenti del lavoro e avvocati italiani, questa non è più un’ipotesi futura: è già realtà nel 2026. E solleva una domanda più ampia: chi siamo (professionalmente) quando non ci sentiamo più indispensabili?
La fine del professionista “tuttofare”
Per decenni, l’identità del professionista italiano si è costruita attorno a un modello rassicurante: quello dell’esperto onnisciente, del punto di riferimento per ogni questione, dal bilancio aziendale alla dichiarazione dei redditi personali, dalla causa civile al parere societario. Il professionista tuttofare era considerato un valore aggiunto, un porto sicuro per il cliente che non doveva preoccuparsi di cercare altrove. Oggi questo modello è in crisi. Secondo recenti analisi settoriali, il 40 per cento degli studi legali italiani registra una diminuzione del reddito, mentre la pressione competitiva aumenta esponenzialmente. Non si tratta solo di una questione economica: è un’identità professionale che si sgretola. La trasformazione digitale e l’intelligenza artificiale hanno democratizzato l’accesso all’informazione. Recenti report documentano un’impennata nell’adozione dell’IA tra i commercialisti, con automazione di task routinari che prima rappresentavano gran parte del fatturato. Ciò che sembrava indispensabile ieri – la compilazione di modelli, il calcolo delle scadenze, la verifica normativa – oggi è replicabile da un algoritmo.
Sapevamo già da tempo che essere generalisti in un mondo iperspecializzato non è più un vantaggio, ma un limite. Ora siamo un passo oltre: non si tratta più del dilemma “generalisti/specialisti”, ma del nuovo bivio “macchina/umano”. Che i clienti oggi cercano esperti verticali, non tuttofare orizzontali, è chiaro; che cerchino risposte veloci, a basso costo, h24, integrate nel proprio flusso di lavoro…è la nuova sfida.
Il valore dell’esperienza in un mondo che corre
Eppure, proprio mentre l’esperienza sembra perdere valore di fronte alla velocità del cambiamento tecnologico, emerge una novità interessante: l’esperienza umana vale più di prima, ma in modo diverso. Il giovane professionista nativo digitale possiede competenze tecniche che un senior fatica ad acquisire. Ma l’esperienza non è solo conoscenza tecnica: è intuizione maturata nel tempo, capacità di leggere tra le righe di una situazione complessa, visione strategica costruita attraverso errori e successi. È quella sensibilità che permette di capire quando il cliente ha bisogno non di una risposta tecnica, ma di essere ascoltato.
Studi recenti sul gap generazionale evidenziano che il valore dell’esperienza non sta più nel “sapere tutto”, ma nel sapere connettere saperi diversi e contestualizzare le informazioni in scenari reali. Il professionista senior del futuro non compete con l’IA sulla velocità di calcolo, ma sulla capacità di dare senso a situazioni ambigue, di anticipare conseguenze non evidenti, di gestire relazioni complesse. Secondo ricerche recenti nel settore legale, oltre il 40 per cento degli studi professionali riconosce l’importanza di costruire team intergenerazionali dove l’esperienza dei senior si integra con le competenze digitali dei giovani. Non è sostituzione, è integrazione. L’esperienza vale quando si trasforma in saggezza pratica, non quando si cristallizza in rigidità. Il professionista esperto che continua a imparare, che accetta di non sapere tutto, che si pone in dialogo con le nuove generazioni, resta rilevante. Quello che si arrocca su certezze passate diventa obsoleto.
Il professionista del futuro non sarà più un esperto
Il professionista del futuro non sarà più (solo) un esperto nel senso tradizionale del termine: non sarà colui che detiene tutte le risposte tecniche, ma colui che sa fare le domande giuste. Si tratta di abbandonare la mitologia del professionista solitario che risolve tutto, per abbracciare un ruolo più umile, ma più profondo di facilitatore, interprete, traduttore di complessità.
Pensiamo al commercialista: la sua vera competenza non sta più nel calcolare imposte (lo fa il software), ma nel costruire strategie fiscali sostenibili che tengano conto del contesto imprenditoriale, delle prospettive di crescita, delle implicazioni etiche. Non è più un esecutore tecnico, è un consulente strategico. L’avvocato del futuro è quello che comprende il contesto umano e imprenditoriale dietro una controversia e trova soluzioni creative che vanno oltre il contenzioso. Il suo valore sta nell’intelligenza relazionale e strategica, non nella mera conoscenza tecnica. Questa evoluzione richiede umiltà professionale: accettare che l’IA possa saperne più di noi su certi aspetti tecnici, ma rivendicare il valore insostituibile dell’interpretazione umana, del giudizio contestuale, della capacità di comprendere bisogni non espressi.
Essere rilevanti senza essere ovunque
Un’altra trappola identitaria in cui cadono molti professionisti è l’equazione “visibilità = rilevanza”. In un’epoca di personal branding ossessivo, di presenza social costante, di newsletter settimanali e webinar mensili, si è diffusa l’idea che per essere rilevanti bisogna essere ovunque. La verità è l’opposto: essere ovunque spesso significa non essere davvero da nessuna parte. Uno studio recente sul personal branding professionale evidenzia che la rilevanza si costruisce sulla riconoscibilità, non sulla visibilità indiscriminata. Il professionista rilevante non è quello che parla di tutto, ma quello che sviluppa una nicchia di eccellenza autentica e viene riconosciuto per quella. Questa consapevolezza libera da un peso enorme: non devi competere su tutti i fronti, non devi rincorrere ogni trend, non devi essere presente su ogni piattaforma. Devi essere eccellente in ciò che scegli di fare e costruire relazioni autentiche con chi ha davvero bisogno di te: la qualità del lavoro non si misura in ore di presenza, ma in impatto generato. Essere rilevanti senza essere ovunque significa fare scelte: scegliere i clienti giusti, i progetti significativi, le relazioni che generano valore reciproco. Significa dire no più spesso, per poter dire sì con maggiore intensità.
Quando il lavoro smette di definire chi sei
Arriviamo al cuore della questione: l’identità. Per generazioni di professionisti italiani, la professione non era semplicemente ciò che facevano, ma chi erano. “Sono avvocato”, “sono commercialista” non erano descrizioni di un’attività, ma definizioni identitarie totali. Questa fusione tra identità personale e professionale ha generato eccellenze, ma anche fragilità esistenziali profonde. Cosa succede quando quella identità professionale viene messa in discussione dal mercato, dalla tecnologia, dall’età?
Il lavoro può definire parte di chi siamo, ma non può essere tutto ciò che siamo. Quando succede, ogni crisi professionale diventa una crisi esistenziale. Ogni insuccesso sul lavoro diventa un fallimento personale totale. Ogni cambiamento del mercato viene vissuto come una minaccia alla propria essenza. La nuova cultura del work-life balance, non è rinuncia all’eccellenza professionale, ma riconoscimento che l’equilibrio tra dimensione professionale e personale produce professionisti migliori, più creativi, più empatici, più sostenibili nel lungo periodo. C’è una liberazione profonda nell’accettare che non saremo sempre indispensabili, che i clienti possono trovare risposte altrove, che il mondo professionale va avanti anche senza di noi. Non è rassegnazione: è consapevolezza matura. Questa consapevolezza ci permette di ridefinire il nostro ruolo da una posizione di scelta, non di necessità. Non siamo più professionisti che devono dimostrare continuamente il proprio valore per non essere sostituiti, ma professionisti che scelgono dove e come portare il proprio contributo distintivo.


