LE PAROLE DI BLAST - "Forse", "vedremo", "ci penso": le terre di nessuno tra il sì e il no
di Lorenzo Romano
Se “sì” e “no” sono già, di per sé, parole cariche di ambivalenza — come ci ha magistralmente riportato Annalisa Cazzato su queste pagine — esiste un territorio ancora più insidioso, che si estende ai margini di entrambi: una sorta di no man’s land linguistica, popolata da espressioni che non scelgono, che galleggiano, che rimandano, che sorridono senza impegnarsi. È la terra del “forse”, del “ci penso”, del “vedremo”, del “non è escluso”, del “dipende”, del “in linea di massima sì”, del “non direi proprio di no”. Parole che vivono a margine del sì e a margine del no, senza mai appartenere davvero a nessuno dei due.
Sono queste — assai più del sì ambiguo e del no contraddittorio — le espressioni che producono i fraintendimenti più devastanti, tanto nella vita quotidiana quanto nei rapporti professionali e, a maggior ragione, nei contesti giuridici.
Occorre innanzitutto distinguere due categorie di risposte marginali, perché non si tratta di un fenomeno omogeneo. Esiste il margine del sì — ossia quelle risposte che si avvicinano all’affermazione senza però assumerla pienamente: “in linea di massima sì”, “direi di sì”, “non vedo perché no”, “tendenzialmente concordo”. Ed esiste il margine del no — ossia quelle che si avvicinano alla negazione senza consumarla: “non è che sia esattamente così”, “ci sarebbe da ragionare”, “bisognerebbe valutare”, “non è escluso che si possa rivedere”. Tra questi due poli vi è poi il centro grigio puro: il “forse”, il “vedremo”, il “dipende”, che non si inclinano né da una parte né dall’altra e restano nella nebbia come oggetti senza contorno.
Il problema non è la vaghezza in sé — la lingua ha bisogno di sfumature, e sarebbe una perdita enorme ridurla a soli due token binari. Il problema è quando il parlante e l’ascoltatore attribuiscono a quella vaghezza significati opposti, ciascuno convinto di aver capito bene, senza che nessuno dei due si sia preso la briga di chiarire.



