“Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.
È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.”
Questo è il terzo articolo che scrivo sulla Costituzione (per ora mi fermo qui: mi interessava svolgere alcune considerazioni sui primi tre articoli del dettato costituente).
Nei primi due abbiamo immaginato dialoghi tra padri costituenti, ma stavolta quella formula starebbe stretta. L’articolo 3 non si presta ai giochi di fantasia. È troppo serio (si veda anche l’articolo di Dario Deotto e Luigi Lovecchio pubblicato oggi). Troppo concreto. Troppo urgente.
Però vi chiedo di immaginare comunque qualcosa. Da una parte Roberto Benigni, che nel 2012 ha raccontato l’articolo 3 come se fosse “Imagine” di John Lennon, scritto da costituenti sotto effetto di sostanze psichedeliche a Woodstock. Dall’altra Piero Calamandrei, giurista, uno dei padri costituenti veri, che nel 1955 parlando agli studenti universitari di Milano disse: “Quando l’articolo 3 vi dice: ‘È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che impediscono il pieno sviluppo della persona umana’, riconosce che questi ostacoli oggi vi sono di fatto e che bisogna rimuoverli. Dà un giudizio, la Costituzione, un giudizio polemico, un giudizio negativo contro l’ordinamento sociale attuale, che bisogna modificare”.
Stesso articolo. Due letture diverse. Benigni: poesia, sogno, visione. Calamandrei: rabbia, accusa, impegno.
A Sanremo 2023, davanti al Presidente della Repubblica, Benigni ha celebrato la Costituzione chiamandola “un’opera d’arte che canta la libertà”, “un sogno fabbricato da uomini svegli”. Bellissimo.
Ci sta la poesia nella vita. Serve anche sognare. Ma serve anche la concretezza su cui basarsi. Ma attenzione a non sostituire l’azione con la celebrazione.
Calamandrei aveva capito tutto: “La Costituzione non è una macchina che una volta messa in moto va avanti da sé. La Costituzione è un pezzo di carta: la lascio cadere e non si muove. Perché si muova bisogna ogni giorno rimetterci dentro il combustibile, bisogna metterci dentro l’impegno, lo spirito, la volontà di mantenere queste promesse”.
Il punto di equilibrio sta qui. Tra la poesia di Benigni e la concretezza feroce di Calamandrei. Tra il sogno e il metodo. Perché Calamandrei ci ha dato un metodo che funziona ancora. E il sogno serve a tenerlo vivo.
L’articolo 3 può essere visto come un manuale operativo. La sequenza è chiara: individua l’ostacolo, dagli un nome, rimuovilo. Ripeti. Evita celebrazioni inutili. Sii pragmatico. Dà i nomi giusti alle cose.
Nel 1946 gli ostacoli erano visibili. Non hai i soldi per studiare? Ostacolo chiaro. Sei donna e non puoi votare? Ostacolo evidente. Potevi riconoscerli. Potevi dare loro un nome. Potevi lavorare per rimuoverli.
Oggi gli ostacoli si sono spostati. Si sono nascosti. E questo li rende molto più pericolosi.
L’AI ti dà una risposta. Sembra perfetta. È scritta bene, suona convincente. Ma può essere sbagliata. Parziale. Distorta. E se non hai capacità critica, non te ne accorgi.
Negli studi professionali si vede questa scena sempre più spesso. Il cliente arriva e dice: “ChatGPT mi ha detto che posso dedurre questa spesa”. Vent’anni fa diceva: “Non so come fare, mi aiuti?”. L’ostacolo era l’ignoranza, ma era dichiarata. Oggi l’ostacolo è la falsa conoscenza. Il cliente crede di sapere. L’AI glielo ha detto.
Dire “è vero perché l’ha detto l’AI” equivale a dire “l’AI mi ha dato una risposta sbagliata”. Il nostro pensiero critico è ciò che deve andare oltre allo strumento.
Sono esempi semplici, lo so, rispetto alla portata dell’articolo 3 della Costituzione. Ma aiutano a capire la complessità della situazione. Perché gli ostacoli nascosti non sono solo negli studi professionali. Sono nei social, dove gli algoritmi ti mostrano solo quello che conferma le tue convinzioni. Sono nei media, dove la velocità ha sostituito la verifica. Sono nelle notizie false che sembrano vere.
Sta a noi leggerli in maniera critica. Ma sta anche alle istituzioni il dovere di rimuoverli. Non basta dire “state attenti”. La Repubblica ha il compito costituzionale di rimuovere gli ostacoli. Anche quelli nuovi. Anche quelli nascosti. Anche quelli cognitivi.
Vent’anni fa il commercialista teneva la contabilità e rispettava le scadenze. Oggi queste cose le può fare la tecnologia. L’asticella si è alzata. Serve essere un consulente a 360 gradi. La contabilità e le scadenze sono il minimo sindacale. Ma è il pensiero critico quello che serve per una vera consulenza.
Devo saper leggere i numeri e capire cosa dicono dell’azienda. Devo saper individuare gli ostacoli nascosti nella gestione. Devo saper verificare se quello che l’AI ha suggerito a me o al cliente ha senso o è una sciocchezza pericolosa. La tecnologia libera dal lavoro ripetitivo. Ma obbliga a sviluppare competenze nuove. E soprattutto obbliga a saper usare il pensiero critico, non solo gli strumenti.
Il punto è: abbiamo più facilitazioni che mai, quindi dobbiamo essere ancora più critici.
L’AI è il nostro riflesso. Se noi non sappiamo individuare gli ostacoli, lei li riprodurrà. Li amplificherà. Li nasconderà dentro risposte che sembrano perfette.
Calamandrei diceva: “Può accadere che le libertà giuridiche e politiche siano rese inutili dalle disuguaglianze economiche e dalla impossibilità per molti cittadini di essere persone e di accorgersi che dentro di loro c’è una fiamma spirituale”.
Oggi possiamo dire: le libertà sono rese inutili dalla mancanza di capacità critica. Hai tutti gli strumenti, hai l’AI, hai accesso a tutto. Ma se non sai leggere criticamente, se non sai individuare gli ostacoli nascosti, sei fregato uguale. Anzi, sei più fregato. Perché l’illusione di sapere è peggio dell’ignoranza consapevole.
Se la Costituzione fosse scritta oggi, l’articolo 3 dovrebbe includere gli ostacoli cognitivi. Quelli nascosti nelle risposte che sembrano giuste. Quelli che ti fanno credere di essere libero mentre sei prigioniero di certezze costruite su fondamenta fragili.
Nessuno ci insegna a essere critici. Nessuno ci insegna a individuare gli ostacoli nascosti. Nessuno ci insegna a dare un nome alle trappole che si nascondono dentro la facilità.
Il metodo di Calamandrei vale ancora: individua, rimuovi, ripeti. Ma oggi è più difficile. Perché gli ostacoli sono invisibili. E la prima battaglia è farli emergere. La Costituzione non è un totem da celebrare a Sanremo. È uno strumento di lavoro. Ci ha dato un metodo. Spetta a noi applicarlo agli ostacoli nuovi.
Settantasette anni dopo, il compito non è cambiato. Sono cambiati gli ostacoli. Tocca a noi dare loro un nome.


