Il silenzio del Fisco: tregua liberatoria o inquietante vuoto interpretativo?
di Lelio Cacciapaglia
Nelle ultime settimane qualcosa sembra essersi improvvisamente fermato. Aprile e maggio sono trascorsi senza il consueto bombardamento di circolari, risoluzioni, risposte a interpello e chiarimenti dell’Agenzia delle Entrate (si veda, sullo stesso tema, anche l’intervento di Annalisa Cazzato qui su Blast). Un silenzio quasi irreale per chi, negli ultimi anni, si è abituato a vivere immerso in un flusso continuo di interpretazioni amministrative che, a ritmo quotidiano, ridefiniscono il significato concreto delle norme tributarie.
È un bene oppure un male?
Di primo impulso verrebbe da dire che sia una liberazione. Imprese e professionisti vivono da tempo una sorta di “emergenza interpretativa permanente”, costretti non soltanto a inseguire una produzione normativa da tempo incessante, ma anche a metabolizzare centinaia di documenti di prassi ogni anno, ai quali si aggiungono le sentenze della giurisprudenza tributaria e societaria, spesso non coordinate fra loro e talvolta apertamente contraddittorie. In questo scenario qualche settimana di tregua potrebbe perfino apparire salutare. Un momento per lavorare, produrre, organizzare le aziende e chiudere bilanci senza la sensazione di essersi persi l’ennesimo “documento chiarificatore” pubblicato il venerdì sera.
Per molti operatori il silenzio dell’amministrazione finanziaria assomiglia quasi a una vacanza fiscale. Una parentesi nella quale si può finalmente staccare dal logorio della vita moderna e dedicarsi al lavoro vero, senza l’ansia di dovere ricominciare ogni mattina da una nuova interpretazione.
Eppure, a ben vedere, questa assenza di prassi genera anche un senso opposto: disorientamento.



