Ci sono momenti nei quali il legislatore finisce per raccontare involontariamente la propria idea di Paese. Ed è difficile non cogliere la profonda contraddizione che emerge tra le analisi economiche che descrivono il drammatico impatto della denatalità sul futuro dell’Italia e le misure fiscali che vengono concretamente pensate per “sostenere” la crescita del Paese.
Mentre, quindi, le proiezioni economiche delineano scenari a dir poco preoccupanti, la risposta politica sembra oscillare tra l’attrazione di pensionati esteri e l’esenzione fiscale per eventi sportivi di lusso.
Recenti stime descrivono un Paese destinato, in assenza di interventi strutturali, ad affrontare nei prossimi decenni un drastico ridimensionamento della propria capacità produttiva.
Una popolazione sempre più anziana, una forza lavoro progressivamente ridotta e un rapporto sempre più squilibrato tra popolazione in età lavorativa e popolazione inattiva rappresentano oramai la fotografia strutturale del Paese.
Non serve grande sofisticazione economica per comprendere che, quando diminuisce la popolazione attiva, diminuiscono inevitabilmente le persone che lavorano, producono reddito, consumano e investono.
Le proiezioni demografiche mostrano uno scenario alquanto preoccupante: nei prossimi decenni la popolazione italiana potrebbe ridursi di oltre tredici milioni di persone, mentre il rapporto tra soggetti in età lavorativa e popolazione anziana continuerà a deteriorarsi in modo significativo.
È la fotografia di un Paese che invecchia, rallenta e progressivamente perde capacità di crescita strutturale.
Ed è qui che la politica fiscale italiana riesce, ancora una volta, a dare il meglio di sé. Di recente - attraverso la modifica dell’articolo 24-ter del TUIR - è stato ampliato il numero dei Comuni italiani nei quali i pensionati esteri che trasferiscono la propria residenza possono godere di una tassazione forfettaria particolarmente vantaggiosa.
In un Paese che perde giovani qualificati, la grande strategia fiscale sembra quindi essere quella di competere per attrarre pensionati. Quasi che il problema dell’Italia fosse la scarsità di pensionati e non, piuttosto, la progressiva emorragia di capitale umano produttivo.
Il vero nodo è che, mentre si cerca di incentivare il trasferimento di soggetti che hanno già concluso il proprio ciclo economico attivo, continua a mancare una visione strutturale orientata a rendere il Paese attrattivo per chi dovrebbe costruire il futuro produttivo dell’Italia: giovani, lavoratori qualificati e famiglie.
Il problema dello spopolamento non è fiscale, bensì economico, sociale e generazionale. Dipende dal costo della vita, dal livello dei salari, dalla precarietà lavorativa, dall’assenza di prospettive, dalla difficoltà di accesso alla casa, dalla carenza di servizi, dall’insufficienza degli asili, dal costo crescente dell’istruzione e dalla progressiva riduzione della mobilità sociale. In altre parole, dipende dal fatto che, per un numero crescente di giovani, mettere al mondo un figlio non rappresenta più una scelta sostenibile.
E mentre queste dinamiche vengono fotografate con crescente chiarezza dagli studi economici, il legislatore sembra continuare a preferire misure spot, fiscalmente scenografiche e mediaticamente spendibili, come nel caso dell’America’s Cup: si pensa di introdurre misure di esenzione fiscale per le società costituite nel 2026 dall’ente organizzatore o dalle squadre partecipanti, nonché per le stabili organizzazioni italiane dei soggetti esteri coinvolti nell’evento.
Non solo. I redditi percepiti dalle persone fisiche non residenti che lavoreranno per l’evento saranno integralmente esclusi da imposizione IRPEF, mentre coloro che trasferiranno la residenza fiscale in Italia beneficeranno di una tassazione fortemente ridotta.
Annalisa Cazzato ha egregiamente evidenziato come misure di questo tipo rischino di generare forme di “discriminazione al rovescio”, finendo per trattare meglio il non residente rispetto al residente italiano.
Perché il messaggio implicito che rischia di emergere è proprio questo: il capitale umano italiano continua ad essere gravato da una pressione fiscale ordinaria sempre più pesante, mentre chi arriva dall’estero - pensionato, professionista o soggetto collegato ad un grande evento internazionale - viene accolto con “tappeti rossi fiscali”.
Nereo Seppia, con la consueta ironia che lo contraddistingue, ha descritto un fisco “severo con chi arranca” e improvvisamente “poeta con chi veleggia”. Ed è difficile non cogliere, dietro la satira, un sentimento di amarezza, probabilmente sempre più diffuso nel Paese.
Il cittadino medio italiano osserva tutto questo mentre affronta salari reali stagnanti, tassazione elevata, costo dell’energia crescente, servizi pubblici spesso inefficienti e una progressiva erosione del potere d’acquisto. Nel frattempo, però, la politica fiscale sembra trovare improvvisamente entusiasmo e creatività quando si tratta di costruire regimi speciali destinati a soggetti esteri, pensionati non residenti o eventi glamour di straordinario “rilievo”.
Benvenuti quindi in Italia! Paese nel quale si prospettano scenari economici da inverno demografico permanente e nel quale, invece di utilizzare i dati statistici per costruire politiche strutturali orientate alla natalità, alla produttività, ai salari e ai servizi sociali, si continua a ragionare soprattutto su flat tax selettive, esenzioni temporanee e incentivi costruiti attorno a fenomeni marginali, mediaticamente attraenti ma economicamente contingenti.
Nel frattempo, il disagio giovanile aumenta. E aumenta anche quella sensazione, sempre più diffusa tra le nuove generazioni, secondo cui il vero progetto di crescita personale non passa più dal nostro Paese, ma da un aeroporto italiano con in mano un biglietto di sola andata.


