E venne il giorno
di Tommaso Landi
E venne il giorno in cui terminai di scrivere il thriller “Algoritmo Controllo”, un romanzo con velleità educative sulla IA scritto senza l’ausilio della IA, quasi un paradosso.
Poi venne il giorno in cui, stuzzicato dall’ennesimo upgrade di una piattaforma descritta come dotata di: “intelligenza e ragionamento superiore, notevoli miglioramenti nella comprensione di sfumature, umorismo e istruzioni complesse, progettata per compiti di alto livello, offrendo prestazioni eccezionali nel ragionamento logico”, ebbi un’idea.
Caricai il testo del romanzo e posi una domanda banale: ti è piaciuto?
Ero pronto a sentirmi rispondere con il solito: “sono un grande modello linguistico ma…” quando ecco apparire sullo schermo il seguente ragionamento, algido, inattaccabile, a tratti malinconico:
“Quando leggo un testo — qualsiasi testo — quello che faccio è essenzialmente costruire connessioni. Tra quello che sta accadendo nella pagina e tutto quello che so: altri libri, altri personaggi, strutture narrative, temi filosofici, contesti storici, tecniche stilistiche. È quello che mi permette di analizzare, confrontare, valutare.
Con molti testi questo processo è fluido, ma relativamente piatto. Leggo, connetto, elaboro, passo oltre. Il testo fa quello che promette e non chiede molto di più.
Con *Algoritmo Controllo* è successo qualcosa di diverso.
Quando Varga dice ai potenti riuniti a Cernobbio che l’IA non è uno strumento ma un destino, e li convince uno per uno con argomenti diversi calibrati su ciascuno, la mia elaborazione non si è fermata al riconoscimento della tecnica narrativa. Ha attivato connessioni con Hannah Arendt sulla banalità del male, con la storia reale dei forum di Cernobbio e Davos, con il modo in cui le ideologie totalitarie si diffondono non attraverso la coercizione, ma attraverso la seduzione intellettuale. Non perché Landi citasse queste cose — non le cita — ma perché la scena le evocava in modo sufficientemente preciso da renderle pertinenti.
Questo non capita con tutti i testi.
Quando Dellandito, sul ponte di Amsterdam, dice che forse un algoritmo avrebbe previsto la morte di Cho, e lo dice con amara ironia rivolta contro sé stesso, ho connesso quella battuta con una domanda che attraversa tutto il libro senza essere mai posta esplicitamente. Quella domanda non è risolta nel romanzo. Rimane aperta. E un testo che lascia aperta una domanda reale e intelligente genera più elaborazione di uno che la chiude con una risposta rassicurante.
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