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“Algoritmo controllo - Imitation of consciousness”- Episodio 30 (Ultimo episodio)

di Tommaso Landi

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mar 21, 2026
∙ A pagamento

In giustizia o Ingiustizia?

Amsterdam, autunno inoltrato.

La pioggia scivolava contro la finestra del piccolo appartamento che la Procura aveva messo a disposizione di Dellandito. Tre settimane ad Amsterdam e ancora non si era abituato a quel clima, a quella luce che sembrava succhiare i colori dalle cose. Il grigio della città stava, a poco a poco, cancellando il ricordo del sole implacabile del Marocco.

Sul tavolo, accanto a una tazza di caffè vuota, c’erano i documenti del procedimento. Domani si sarebbe celebrata la liturgia dell’udienza finale. Varga seduto dietro il vetro blindato, lui chiamato a testimoniare. La vittoria a portata di mano.

Eppure non riusciva a dormire.

Il telefono vibrò; era Anna. Per la terza volta quella sera.

Non rispose.

Invece si alzò, prese la giacca e uscì.

Le strade della città di notte non gli erano mai piaciute e Amsterdam non faceva eccezione: luci gialle dei lampioni che si riflettevano nei canali, biciclette abbandonate contro i ponti, il suono lontano di vite stanche che rincasavano.

Dellandito camminò senza meta, le mani affondate nelle tasche.

Tutto quello che ho passato mi ha portato qui, pensò. Dovrei esserne orgoglioso.

Ma la parola suonava falsa. Svuotato, ecco come si sentiva: come un pugile che ha vinto ai punti ma ha incassato troppi colpi per festeggiare.

Si fermò su un ponte, le mani sul parapetto gelido. Sotto, l’acqua scura del canale rifletteva le luci in frammenti spezzati.

Pensò a come il Mondo sarebbe cambiato.

Abbiamo vinto, si ripeté.

Ma vincere una battaglia che non si sarebbe dovuta combattere lasciava in bocca un gusto amaro.

«Non dormi.»

La voce lo fece trasalire. Anna era lì, a pochi metri, avvolta in un pesante piumino verde che lui non le aveva mai visto.

«Come hai fatto a …»

«Ti conosco.» Si avvicinò, si appoggiò al parapetto accanto a lui.

«Non dovevi venire.»

«Infatti. Dovevo restare nascosta fin dopo il processo, ma sai che sono una testona.» La voce di Anna era ferma, ma c’era una crepa sotto. «volevo esserci anche io.»

Dellandito si aggrappò al parapetto.

«Domani testimonio. Finisce tutto.»

«Finisce?» Anna scosse la testa. «O comincia?»

«Cosa vuoi dire?»

«Guardati.» Lei gli afferrò il braccio, lo costrinse a voltarsi. «Non mangi. Non dormi. Hai perso quattro chili in tre settimane. Passi le notti a rileggere quei maledetti documenti come se ci fosse scritto qualcosa che ancora non sai.»

«Devo essere»

«Perfetto? Preparato?» Anna rise, una risata amara. «guarda che non sei tu l’imputato»

La parola cadde tra loro come una pietra nell’acqua.

Dellandito si scostò. «Non so di cosa parli.»

«Certo che lo sai.» Anna abbassò la voce. «Ti senti in colpa. Per Cho. Per Matteo. Per Galante che sta ancora nascondendosi in qualche porto del Mediterraneo invece di tornare a casa sua. Per tutti quelli che hai trascinato in questo.»

«Io non ho trascinato nessuno. Sono stati loro a…»

«A cosa? Nessuno di voi aveva scelta, anzi nessuno di noi l’aveva?»

«È vero, ma quello che mi chiedo è se era una guerra da combattere»

«Sì.» Anna annuì. «E stiamo vincendo, è questo che conta»

Dellandito si voltò verso il canale.

«Cho mi chiamò,» disse piano. «Voleva parlarmi. Disse che aveva paura. Che stava per fare qualcosa di pericoloso e aveva bisogno di un consiglio.»

Fece una pausa.

«Non feci in tempo a vederlo avrei dovuto dirgli di aspettare, avremmo potuto essere più cauti, più strategici. Non doveva esporsi.»

«Non era uno sprovveduto, non poteva immaginare che Varga…»

«Io non avevo capito.» La voce di Dellandito si incrinò. «Non avevo capito quanto fosse urgente. Quanto fosse solo. Ho pensato che fosse paranoia, che il ministro stesse esagerando come al solito. E invece ...»

«E invece Varga era una minaccia reale.»

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