Se il badge rappresentava il controllo sul “corpo di un lavoratore” che entrava e usciva dall’ufficio, il passaggio avvenuto negli ultimi anni si è spinto molto oltre. Il controllo infatti riguarda oggi l’intero flusso di coscienza digitale, trasformando pause, interazioni e persino pensieri in dati tracciabili. È la workveillance, quel controllo capillare, invisibile e incorporato negli strumenti che usiamo per “essere produttivi”, che va ben al di là della telecamera nell’angolo dell’ufficio o del semplice badge all’ingresso, appunto.
In un recente rapporto di Insightful, l’adozione di software di monitoraggio dei dipendenti è aumentata del 58 per cento a livello globale, dal 2020 in poi. La crescita dello smart working, durante e dopo la pandemia, ha accelerato questo cambiamento, rendendo più accettate pratiche di monitoraggio che prima avrebbero suscitato molte più critiche. Siamo dentro un vero e proprio mercato della workveillance (crasi di work e sorveillance) che, secondo le proiezioni economiche, supererà i 7 miliardi di dollari entro il 2028.
Ma dove finisce la produttività e (dove) inizia la tutela della privacy? Esiste un confine “misurabile” tra efficienza tecnologica e diritti fondamentali del lavoratore?
Le aziende oggi dispongono di software di People Analytics in grado di monitorare i tempi di inattività attraverso il tracciamento dei movimenti del mouse e delle battute sulla tastiera. Possono effettuare analisi del sentiment, utilizzando algoritmi che scansionano email e chat aziendali -come Slack o Teams- per intercettare malumori o cali di engagement. Possono persino attivare sistemi di geolocalizzazione non solo per i rider o per chi utilizza mezzi aziendali, ma per chiunque lavori con dispositivi forniti dall’impresa.
Il paradosso economico è evidente. Se, da un lato, il monitoraggio promette l’ottimizzazione dei processi e un controllo più preciso delle performance, dall’altro rischia di distruggere il capitale sociale dell’azienda: la fiducia. Senza autonomia, il lavoratore smette di innovare e inizia a “performare per l’algoritmo”. Lavora per soddisfare metriche e non per creare valore.
Identità quantificata vs autonomia
Ecco che allora l’identità professionale subisce una mutazione, diventando una sorta di performance inconscia, perché il lavoratore non si concentra più sul risultato bensì sull’apparire costantemente occupato, vivo e attivo. È il presentismo digitale, che espone a un rischio concreto. Se il valore di un individuo si riduce a una dashboard di KPI monitorati in tempo reale, dove finiscono l’intuizione, l’errore creativo o il pensiero critico? Il lavoro cognitivo non è lineare, eppure la logica della misurazione totale tende a trattarlo come tale. E ciò che non è misurabile rischia di perdere valore (e potrebbe essere invece la parte che vale di più).



