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Economia

Workaholism: la nuova dipendenza che il mondo del lavoro finge di non vedere

di Claudio Garau

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mag 19, 2026
∙ A pagamento

Per anni il lavoratore ideale è stato raccontato come una figura instancabile: sempre reperibile, produttiva, pronta a sacrificare tempo libero, relazioni personali e salute pur di raggiungere risultati. Oggi, però, quella che per decenni è stata celebrata come “dedizione” assume contorni meno rassicuranti, anzi tossici.

Il recente approfondimento dell’Inail intitolato “Workaholism: fattori di rischio e strategie di intervento” riporta al centro del dibattito una questione spesso ignorata: esiste un limite oltre il quale il lavoro smette di essere realizzazione personale. Non sfruttamento, ma dipendenza comportamentale. Qui emerge la contraddizione più inquietante.

A differenza di altre dipendenze, il workaholism - termine coniato dallo psicologo Wayne Oates - non viene stigmatizzato. È premiato socialmente. Chi lavora senza sosta appare ambizioso, affidabile, competitivo. Dimostra fame ed è un modello. Le aziende trasformano l’iperdisponibilità in una virtù professionale. Il workaholic è il dipendente dei sogni: non si ferma, non si disconnette, non rallenta. Produce instancabile, quasi fosse un’IA in giacca e cravatta. Talvolta sorride pure.

Non a caso, in alcuni contesti imprenditoriali e start-up si applica il “metodo 996”, reso popolare dal fondatore di Alibaba Jack Ma. È un sistema di lavoro dalle 9 del mattino alle 9 di sera, 6 giorni a settimana: 72 ore complessive e un solo giorno di riposo. Un modello estremo, presentato come chiave del successo delle imprese tecnologiche cinesi, ma che in realtà traduce in schema organizzato quella stessa logica di autosfruttamento che il workaholism descrive sul piano psicologico. La differenza, qui, è che la pressione non è solo interiore ma strutturata e normalizzata come metodo produttivo.

Sotto l’efficienza di facciata si nasconde spesso qualcosa di più profondo. Tratti di personalità predisponenti, schemi cognitivi rigidi e soprattutto un costante bisogno di approvazione. Non è soltanto il desiderio di fare bene il proprio lavoro: è ansia di dover dimostrare continuamente di valere. Una pressione psicologica che porta alcune persone a identificarsi totalmente con la performance, come se la propria esistenza dipendesse esclusivamente dalla produttività.

Inail mette in guardia da tale narrazione. L’autosfruttamento ruba linfa vitale e tempo a famiglia, affetti, passioni e semplice ozio. Nel 2020 la studiosa americana Malissa Clark ha definito il workaholism un costrutto multidimensionale caratterizzato da compulsione a lavorare, pensieri persistenti legati al lavoro, emozioni negative quando non si lavora e tendenza a eccedere rispetto a quanto richiesto. Il nodo centrale non è lavorare molto, ma il rapporto psicologico con il lavoro. Una persona può rispettare orari formalmente normali e vivere comunque in una condizione di coinvolgimento mentale costante, incapace di separare identità personale e prestazione professionale. Pensa ossessivamente al lavoro anche in una gita con i figli o nel calcetto con gli amici. Il sistema non chiede più soltanto tempo ma induce assuefazione emotiva.

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