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Economia

Workaholism: definizione, fattori di rischio e strategie aziendali di prevenzione

di Andrea Tordini

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giu 30, 2026
∙ A pagamento

Definizione del fenomeno e distinzione dall’impegno professionale

Il workaholism, spesso tradotto come dipendenza dal lavoro, è un fenomeno psicologico e organizzativo che negli ultimi anni ha ricevuto crescente attenzione, soprattutto in relazione ai cambiamenti che hanno interessato il mondo del lavoro. Non coincide semplicemente con il lavorare molto, né con la dedizione professionale, la responsabilità o l’impegno verso i propri compiti. Il tema riguarda piuttosto un modello comportamentale caratterizzato da una spinta interna persistente verso il lavoro, dalla difficoltà a interrompere l’attività lavorativa e da un progressivo squilibrio tra vita professionale, benessere personale e relazioni sociali. Il termine fu introdotto da Wayne Oates nel 1971 per descrivere un bisogno incontrollabile di lavorare incessantemente. Le prime interpretazioni tendevano a collegare il fenomeno alla quantità di ore lavorate, considerando talvolta workaholic chi superava una determinata soglia settimanale. Questa visione è stata progressivamente superata, perché la ricerca ha mostrato che la dipendenza dal lavoro può manifestarsi anche in presenza di orari apparentemente regolari. Una definizione più recente considera quindi il workaholism come un costrutto multidimensionale, che comprende la pressione interna o compulsione a lavorare, la presenza di pensieri persistenti e difficilmente controllabili legati al lavoro, le emozioni negative quando non si lavora o non è possibile lavorare, e la tendenza a lavorare oltre quanto richiesto o previsto. Questa impostazione permette di distinguere il workaholism da altre condizioni apparentemente simili, come l’elevato coinvolgimento professionale. È importante, infatti, non confonderlo con l’engagement lavorativo, che rappresenta uno stato psicologico positivo, caratterizzato da energia, dedizione, motivazione intrinseca e senso di appartenenza. Nel workaholism, invece, il comportamento lavorativo può essere sostenuto da una spinta compulsiva, da ansia, senso di obbligo, bisogno di controllo o difficoltà a tollerare l’inattività. La differenza non riguarda quindi solo il “quanto” si lavora, ma soprattutto il “perché” e il “come” si lavora.

Presenteismo, engagement e trasformazioni del lavoro

Il documento dell’Inail, pubblicato recentemente, dal titolo “Workaholism: Fattori di rischio e strategie di intervento”, evidenzia anche la necessità di distinguere il workaholism dal presenteismo e dall’engagement. Il presenteismo indica la presenza fisica o operativa al lavoro in condizioni di salute compromessa, con possibili effetti negativi sul benessere psicofisico. L’engagement, al contrario, è una condizione positiva, nella quale il lavoratore sperimenta energia, entusiasmo e coinvolgimento. Il workaholism si colloca in una posizione diversa: può apparire simile all’impegno elevato, ma presenta componenti compulsive e difficoltà di autoregolazione. L’interesse verso questo fenomeno è aumentato anche per effetto delle trasformazioni sociali e tecnologiche. Digitalizzazione, lavoro da remoto, strumenti di comunicazione costantemente accessibili e maggiore competitività hanno modificato il modo in cui le persone organizzano il proprio tempo. In molti contesti la flessibilità rappresenta un’opportunità, perché consente autonomia, adattamento e continuità operativa. Tuttavia, quando non è accompagnata da confini chiari, può rendere più difficile la distinzione tra tempo di lavoro e tempo di recupero. È in questo quadro che il workaholism viene considerato un tema di salute organizzativa e di prevenzione, più che una questione meramente individuale. La sua analisi richiede infatti un approccio equilibrato, capace di considerare sia le caratteristiche della persona sia le condizioni del contesto. Non si tratta di contrapporre lavoratore e organizzazione, né di interpretare il fenomeno in chiave polemica, ma di comprendere quali elementi possano favorire comportamenti lavorativi non sostenibili nel tempo. Questa prospettiva consente di affrontare il tema in modo oggettivo, valorizzando la cultura del lavoro, la responsabilità professionale e, allo stesso tempo, l’importanza del benessere psicofisico come condizione necessaria per una prestazione efficace e continuativa.

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