Whistleblowing, perché in Italia si attacca chi denuncia invece di chi sbaglia
di Claudio Garau
C’è un paradosso che attraversa da decenni la società, manifestandosi nei luoghi di lavoro, nelle PA, nelle imprese e nella vita quotidiana: spesso il vero problema non è l’illecito, ma chi lo denuncia. Quando emerge una condotta scorretta, un abuso di potere, una violazione di legge o un episodio di corruzione, l’attenzione raramente si concentra subito sui fatti. Più spesso si sposta sulla persona che ha rotto il silenzio: chi ha parlato? Perché? Con quali interessi? Come ha ottenuto le informazioni? Domande che precedono quella davvero decisiva: ciò che è stato denunciato è vero oppure no?
In questa “distorsione percettiva” si nasconde uno dei principali ostacoli alla diffusione della cultura della legalità nel nostro Paese. Nella morale dell’apparenza, il whistleblower è spesso un corpo estraneo, simbolo di una contraddizione culturale profonda. Eppure esiste perfino una giornata mondiale dedicata a questa figura, il 23 giugno. Con un pizzico di sarcasmo si potrebbe dire che il whistleblower viene celebrato per ventiquattr’ore e guardato con sospetto per i restanti trecentosessantaquattro giorni.
Sul piano normativo, però, l’Italia ha compiuto passi significativi. Con il recepimento della direttiva UE 2019/1937 tramite il d.lgs. n. 24 del 2023, il cosiddetto Decreto Whistleblowing, è stato rafforzato il sistema di tutela di chi segnala illeciti, scorrettezze e violazioni di norme nazionali o dell’UE, sia nella PA sia nel settore privato. Le protezioni sono state estese anche ai soggetti collegati al segnalante, come familiari e colleghi, i canali di segnalazione più strutturati e le misure contro le ritorsioni più incisive. Sul piano giuridico il principio è chiaro: chi segnala una violazione che incide sull’interesse pubblico, o lede l’integrità dell’ente, svolge una funzione socialmente utile e va protetto da minacce, discriminazioni, licenziamenti e altre forme di ritorsione.



