Voci dal 2030: come verrà visto il 2026 dai professionisti del futuro
Mario Alberto Catarozzo
Immagina di essere seduto nella sala d’attesa di uno studio di consulenza del lavoro nel 2030. Non c’è la receptionist. C’è uno schermo che ti riconosce, ti chiama per nome e ti dice che il tuo consulente è pronto. Ma “pronto” non significa quello che pensiamo oggi.
Lasciatemi fare un esperimento mentale. Provo anch’io, come Massimo Pezzini nella sua rubrica, a immaginare cosa dirà, nel 2030, un commercialista o un consulente del lavoro di nuova generazione guardando indietro al 2026. A noi. A come lavoriamo oggi.
Probabilmente riderà, con rispetto, ma riderà.
«Pensate che usaste ancora le email»
Nel 2030, la comunicazione con il cliente è sincrona e contestuale. Gli agenti IA dello studio monitorano in tempo reale ogni variazione normativa, fiscale e previdenziale che riguarda i clienti. Quando cambia qualcosa — un’aliquota, una scadenza, una circolare — il sistema non aspetta che il professionista la legga sul sito dell’Agenzia delle Entrate. La elabora, la interpreta e produce già la bozza della comunicazione personalizzata per quel cliente specifico.
Nel 2026, noi mandiamo email, scriviamo le circolari, le inviamo a liste di clienti. E…speriamo che qualcuno le legga. Nel 2030, il consulente del lavoro non informa più, agisce. La notifica arriva già con la soluzione allegata.
«Facevate il controllo di gestione una volta l’anno»
Uno dei punti di svolta tra il 2026 e il 2030 riguarda il monitoraggio economico-finanziario delle imprese clienti. Oggi, nella maggior parte degli studi, il bilancio si fa a consuntivo: si guarda indietro e ci si accorge del problema quando è già successo. Nel 2030, gli studi più evoluti offrono ai clienti un cruscotto predittivo in tempo reale: i dati contabili, incrociati con i dati di mercato e i parametri di settore, generano alert preventivi. Il commercialista interviene prima della crisi, non dopo; non è più consulenza reattiva, è consulenza predittiva. Nel 2026, siamo ancora convinti che questo sia roba da grandi studi o da multinazionali della consulenza. Fra quattro anni, sarà lo standard per uno studio da cinque persone.
«Usavate l’AI come se fosse Google»
Questa è la più grande incomprensione del 2026: pensare che l’intelligenza artificiale sia uno strumento di ricerca più veloce. Un motore di risposta, qualcosa a cui si chiede e che risponde.
Nel 2030, l’IA non risponde: esegue. Gestisce flussi, produce documenti, interpreta contratti, elabora buste paga, dialoga con i sistemi degli enti previdenziali. Non è più un assistente: è un collaboratore operativo integrato nei processi dello studio. Nel 2026, i più avanzati tra noi usano ChatGPT o Claude per scrivere email più veloci o fare un riassunto. I professionisti del 2030 guarderanno questi utilizzi come guardiamo noi oggi chi usava Internet solo per la posta elettronica negli anni Novanta. La tecnologia c’era già, ma non avevamo ancora capito cosa poteva fare davvero.



