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Diritto

Violenza di genere e cambiamenti culturali: proposte e provvedimenti che sembrano andare in direzioni opposte

di Francesca Negri

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giu 19, 2026
∙ A pagamento

Lo scorso mese di marzo la Commissione Finanze del Senato ha avviato l’esame del testo e la discussione formale di un disegno di legge (Atto Senato 763) che ha l’obiettivo di tutelare l’accesso effettivo alla propria retribuzione da parte delle donne lavoratrici.

Tecnicamente è una proposta legislativa che impone al datore di lavoro di accreditare la retribuzione esclusivamente su un conto corrente intestato al singolo lavoratore o alla singola lavoratrice, e quindi non riguarda solo le donne. Ma è evidente che sono loro le principali ed effettive destinatarie. La proposta ha, infatti, lo scopo di arginare il fenomeno della violenza economica di genere che può assumere diverse forme (come abbiamo già approfondito in un precedente articolo su questa rivista). Una di queste è rappresentata dalla richiesta al datore di lavoro di accreditare lo stipendio della lavoratrice sul conto corrente del partner.

Questa è una prassi piuttosto diffusa fra i soggetti maltrattanti, perché è un tipico modo per esercitare un controllo e creare quella dipendenza economica che impedisce alla partner di essere libera nelle proprie scelte di vita. Con il disegno di legge in discussione, il datore di lavoro sarebbe obbligato a versare lo stipendio su un conto intestato solo alla lavoratrice, escludendo anche conti correnti cointestati: si rafforzerebbe quindi l’autonomia economica delle donne, contrastando concretamente situazioni di controllo del reddito da parte del partner.

Se da un lato si deve accogliere con favore l’introduzione di misure concrete per combattere la violenza di genere (non dimentichiamo che uno dei passi più importanti per aiutare le donne a uscire dal ciclo della violenza è quello di renderle economicamente autonome), dall’altro stupiscono altri provvedimenti che sembrano procedere invece nella direzione contraria, rallentando alcuni processi necessari.

La cosiddetta legge sul consenso informato in ambito scolastico, entrata in vigore a giugno, prevede che nelle scuole secondarie (medie e superiori) i progetti che riguardano la sessualità richiedano il consenso scritto preventivo dei genitori (o dello studente maggiorenne). Il consenso deve essere raccolto almeno una settimana prima dell’inizio dell’attività didattica avente ad oggetto questo argomento, e il relativo materiale che verrà utilizzato deve essere messo a disposizione dei genitori in modo che possano preventivamente visionarlo e dare il proprio assenso consapevolmente. La richiesta di consenso deve esplicitare le finalità, gli obiettivi educativi e formativi, i contenuti, gli argomenti, i temi e le modalità di svolgimento delle attività con quel contenuto, oltre che l’eventuale presenza di esperti esterni. Laddove, poi, i genitori non dovessero concedere l’autorizzazione, la scuola è obbligata ad organizzare attività formative alternative. Le attività didattiche e progettuali aventi ad oggetto temi attinenti all’ambito della sessualità sono invece escluse per la scuola dell’infanzia e per quella primaria.

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