Un’Italia divisa nei numeri: redditi e Isee corrono su binari diversi tra Nord e Sud
di Sara Bellanza
I numeri crescono, ma la geografia del benessere in Italia resta sorprendentemente immobile. Dietro l’aumento dei redditi medi e dell’Isee, aggiornati ai dati del 2024 e contenuti nei report del Ministero dell’Economia e delle Finanze sulle dichiarazioni dei redditi 2025 e del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, si delinea ancora un Paese diviso in due realtà economiche sempre più difficili da colmare.
Da una parte, il Nord che conferma la propria solidità economica e, dall’altra, un Mezzogiorno che continua a inseguire senza riuscire a ridurre davvero le distanze.
In cima alla graduatoria dei territori più ricchi si confermano Lombardia e Trentino-Alto Adige, mentre Calabria e Molise restano in fondo alle classifiche.
Lo stesso andamento si ritrova nell’Isee medio: al di là della crescita complessiva, prende forma l’immagine di un’Italia che procede con velocità differenti senza riuscire a trovare un equilibrio realmente condiviso.
La geografia reddituale dell’Italia
I dati confermano uno squilibrio che attraversa il Paese da anni e che, nonostante la crescita complessiva dei redditi, continua a mantenere l’Italia profondamente diseguale. L’aumento medio registrato nelle dichiarazioni fiscali, infatti, non si traduce in un reale riavvicinamento tra i territori: le differenze storiche tra Nord e Sud restano quasi immutate e continuano a riflettersi nella distribuzione della ricchezza.
La geografia economica che emerge dai numeri è ancora molto netta. In testa si colloca la Lombardia, con un reddito medio di 30.200 euro, seguita dal Trentino-Alto Adige con 28.553 euro: territori in cui la crescita appare consolidata e sostenuta da un tessuto produttivo più stabile, da livelli occupazionali più elevati e da una maggiore capacità di attrarre investimenti.
All’estremo opposto resta la Calabria, ferma a 19.020 euro di reddito medio, preceduta dal Molise con 20.460 euro. È il segnale di una distanza che continua a pesare soprattutto sulle regioni meridionali.
Nel mezzo si collocano regioni come Lazio e Toscana - rispettivamente con 27.780 e 26.390 euro - che mantengono livelli superiori alla media del Mezzogiorno ma non sufficienti ad avvicinarsi davvero alle aree economicamente più forti del Paese.
Ne emerge così l’immagine di una Italia che continua a crescere con ritmi differenti e squilibri territoriali profondamente radicati.
L’Isee come fotografia del divario territoriale
L’Isee è uno strumento che non si limita a fotografare la condizione economica delle famiglie, ma contribuisce a definire una soglia concreta tra inclusione ed esclusione nell’accesso alle prestazioni sociali agevolate.
Secondo i dati aggiornati del Ministero del Lavoro, nel 2024 sono state presentate 10,8 milioni di Dsu (Dichiarazioni sostitutive uniche) ai fini Isee - circa 500mila in meno rispetto al 2023. La riduzione è generalizzata, ma più intensa nel Mezzogiorno, proprio dove si concentrano le maggiori fragilità economiche.
Le famiglie che presentano l’Isee sono inoltre mediamente più numerose e caratterizzate da una maggiore presenza di minori. Questo elemento segnala come il bisogno di sostegno pubblico si concentri soprattutto laddove i carichi familiari e le difficoltà economiche si intrecciano.
Dal 2015 al 2024 la maggior parte delle Dsu proviene dal Mezzogiorno, con due accelerazioni significative: il 2019, in coincidenza con il Reddito di cittadinanza, e il 2022, con l’introduzione dell’Assegno unico. In entrambi i casi, più che ridursi, lo squilibrio sembra diventare più visibile, come se le politiche di welfare non riuscissero a ricucire la distanza, ma soltanto a renderla più evidente nei numeri.
Cosa raccontano i dati (e cosa non riescono a dire)?
Nel complesso, i dati descrivono la persistenza di una disuguaglianza che nel tempo tende a consolidarsi. In questa prospettiva, il problema non è soltanto la permanenza degli squilibri, ma la loro progressiva normalizzazione all’interno degli stessi strumenti che dovrebbero ridurli. Indicatori, soglie e medie finiscono così per rendere le differenze quasi fisiologiche.
L’Italia che emerge dai dati non è semplicemente divisa: è un Paese in cui gli squilibri territoriali continuano a riprodursi nel tempo senza che le politiche pubbliche riescano davvero a ridurli. La distanza tra Nord e Sud, tra inclusione ed esclusione, non appare allora come un’anomalia temporanea, ma come una componente ormai strutturale del sistema economico e sociale.
I numeri e le statistiche non riescono a risolvere una domanda: fino a che punto una società può continuare a convivere con le proprie fratture senza interrogarsi davvero sulle condizioni che le rendono così persistenti?


