Dalla legge delega ai decreti attuativi, la riforma fiscale prende forma non nei comunicati ufficiali ma nelle domande quotidiane di imprenditori, professionisti e lavoratori. Un giorno allo studio: il Fisco che per decenni ha sorpreso prova (finalmente) a spiegarsi prima.
Sette del mattino. Il caffè e la cartografia dell’incertezza
Alle 7.25 lo studio è ancora immerso nel buio. Fuori, Varese si muove piano, con quel silenzio invernale da provincia produttiva: capannoni che si accendono presto, rotonde vuote, aria fredda che entra nei polmoni come una firma. Dentro, una tazza di caffè e tre fascicoli sul tavolo.
Il primo ha la copertina color ocra: il signor Brambilla, settant’anni, una società per azioni della meccanica che resiste da quarant’anni tra Varese e i suoi dintorni. Accanto, una cartella sottile con il logo di uno studio di architettura: Marco Colombo, trentacinque anni, uno di quelli che hanno imparato presto a camminare sul filo. Infine, una mail stampata, in inglese: “Can we discuss my Italian tax situation?”, firmata da un pilota francese di base a Malpensa, lavoratore autonomo con redditi da attività internazionale.
Accendo il computer. Sullo schermo c’è ancora il pdf della legge delega n. 111 del 2023, consumato da sottolineature e note a margine. Sono passati due anni e mezzo dalla sua pubblicazione e dall’entrata in vigore. Due anni e mezzo di decreti, correzioni, slogan, dettagli. E soprattutto una promessa: non tanto “pagherete meno”, quanto “capirete prima”.
Dal mio punto di vista non è una questione politica: è una questione di funzionamento. Le norme, quando arrivano in studio, smettono di essere bandiere e diventano strumenti.
La frase che mi torna in mente è di quelle che non fanno rumore ma restano: «La riforma fiscale non è una riforma tecnica. È una dichiarazione di intenti su come uno Stato vuole stare davanti ai suoi cittadini.»
E infatti, se guardi bene, il cambio non è nelle percentuali. È nel tono.
Non più il fisco della sorpresa.
Il tentativo di un fisco del dialogo.
Nove del mattino. Gianni Brambilla e il fisco che smette di fare imboscate
Gianni entra alle 8.55, cinque minuti prima. Settanta anni, meccanica varesotta, una SpA da dieci milioni: non abbastanza grande da sentirsi intoccabile, troppo grande per giocare a mosca cieca.
«Gianluca, parliamo chiaro: questa riforma mi conviene o no?»
La tentazione sarebbe parlare di aliquote. IRPEF a tre scaglioni (23 per cento, 35 per cento, 43 per cento dal 2024), parole come “semplificazione”, grafici. Ma Gianni non compra parole: compra certezze.
«Conviene se ti toglie le sorprese», gli dico.
Gli spiego subito ciò che spesso si confonde nel racconto pubblico: il concordato preventivo biennale – introdotto dal D.lgs. 13/2024 a febbraio – è il simbolo mediatico del nuovo corso, ma non è il suo tavolo. Il CPB nasce per chi applica gli ISA. Una SpA con quel fatturato non rientra nel perimetro.
«Quindi niente accordicchi?»
«Non per te. Ma il punto è un altro.»
Per lui il cambiamento vero dovrebbe essere il Fisco che ti parla prima di colpirti. Ed è qui che la riforma mostra uno dei suoi punti più discussi. Il contraddittorio preventivo, così come delineato dai decreti attuativi, nasce con l’ambizione di anticipare il confronto tra Amministrazione e contribuente, ma la dottrina si è espressa in modo ampiamente critico sulla sua reale capacità di riequilibrare il rapporto tra le parti.
Il confronto avviene infatti su un terreno strutturalmente asimmetrico: l’Amministrazione arriva al tavolo con un patrimonio informativo e valutativo che il contribuente non conosce integralmente, né può verificare fino in fondo. Il rischio, segnalato da molti commentatori, è che il contraddittorio si trasformi in una fase ordinata dell’accertamento, più che in una garanzia sostanziale, con il dialogo che precede la contestazione ma non ne riduce davvero la forza.
Ciò non toglie che l’intuizione sia corretta: spostare il confronto “prima” è un passo di civiltà giuridica. Ma perché il contraddittorio diventi uno strumento effettivo e non solo formale, sarà necessario accompagnarlo con una reale trasparenza sui dati e sui criteri utilizzati dall’Amministrazione, oltre che con disposizioni più meditate.
Tredici. Marco e la fiducia che non si decreta
A pranzo incontro Marco Colombo. Architetto, trentacinque anni, piccolo studio.
«Io, però, del concordato non mi fido.»
Non lo dice con rabbia. Lo dice con cautela. È la voce di una generazione cresciuta nella crisi, che ha imparato a pesare ogni scelta. Qui la riforma non è un capitolo di legge: è psicologia applicata.
«Capisco. Però oggi il punto è che il sistema sta provando a spostarsi dal dopo al prima.»
Marco ascolta. Il CPB non è una bacchetta magica e non è per tutti. Riguarda chi rientra in determinati requisiti – tipicamente contribuenti ISA. Se ci rientri, è una forma di assicurazione: accetti una proposta e ti compri due anni di prevedibilità, con vincoli e conseguenze se le condizioni saltano.
«Io non ho paura di pagare. Ho paura delle sorprese. Ho paura di scoprire tra tre anni che oggi ho sbagliato senza saperlo.»
E qui la riforma, nel suo lato migliore, ha un nome semplice: contraddittorio preventivo. La logica è ridurre l’accertamento come imboscata. Prima si discute, poi – se serve – si formalizza. Con zone grigie ancora da chiarire, sì. Ma l’idea è quella.
«Allora preferisco il dialogo al patto. Del dialogo mi fido di più.»
È una frase che sembra piccola e invece è enorme. Perché dice una cosa che nessun decreto può imporre: la fiducia non si firma. Si costruisce.
Sedici. La videochiamata internazionale
Nel pomeriggio lo schermo si accende. Hugo Hubert, pilota francese, residente in Italia dal 2019. Lavoratore dipendente, redditi internazionali, il suo caso incarna la nuova sfida della fiscalità cross-border.
Gli spiego che il lavoro normativo recente – incluso il D.lgs. 192/2024 sulla revisione IRPEF e IRES – punta a rendere più ordinata la fiscalità internazionale. Meno frizioni interpretative tra sistemi diversi, più macchina dell’adempimento che funziona.
«So Italy is becoming more predictable?»
Sorrido. «That’s the goal.»
Non cambia tutto.
Cambia il clima.
E nel fisco, il clima è metà del lavoro.
Diciotto. L’aperitivo con l’artigiano
Al bar incontro Paolo, artigiano, società di persone, quattro addetti. Mani vere, voce piena, contabilità fatta di realtà prima che di teoria.
«Io devo avere paura di questa riforma?»
Con Paolo non funziona la retorica. Funziona solo la lingua semplice. Gli dico che il sistema sta spingendo verso più tracciabilità, più coerenza, più dialogo prima del danno. Che per i soggetti piccoli – spesso quelli negli ISA – strumenti come il CPB, introdotti dai decreti attuativi, esistono proprio per ridurre la guerra quotidiana.
Ma gli dico anche la verità: non è una favola. C’è ancora complessità. La percezione di asimmetria informativa non sparisce in un anno. I decreti – il 13 per il contraddittorio, il 192 per la revisione IRPEF, il 139 per le successioni e le imposte indirette, e gli altri ancora – hanno riordinato il quadro, ma la fiducia vive su un terreno lentissimo.
Paolo ci pensa e poi dice: «Non è poco.»
Ha ragione. In Italia, non è poco per niente.
Venti e trenta. Cena tra colleghi
A cena con una collega il discorso si alza di quota. I decreti sono molti – 18 su 19 schemi già in Gazzetta Ufficiale al febbraio 2026 – il cantiere è avanzato. Ma l’implementazione non è uniforme: servono istruzioni operative, servono piattaforme chiare, serve che i dati non siano solo raccolti, ma restituiti in modo intelligibile.
E qui emergono le critiche. Non politiche, ma professionali. Non da talk show, ma da scrivanie come la mia.
C’è chi dice che questa sia una riforma di metodo più che di sostanza: più procedure, ma un carico fiscale che cambia poco.
C’è chi vede nella riduzione delle aliquote IRPEF un indebolimento della progressività.
E c’è chi, sul concordato, parla apertamente di dialogo asimmetrico: lo Stato conosce tutto, il contribuente deve fidarsi sulla parola.
Critiche vere.
Critiche che restano sul tavolo.
Eppure, il cambio di paradigma c’è.
Non più un fisco che sorprende.
Un fisco che propone.
Non sempre bene. Non sempre chiaramente. Ma prima.
Rientro a casa
Tornando a casa penso alle persone incontrate oggi. Quattro contribuenti, quattro mondi diversi, una stessa domanda: posso fidarmi?
La riforma fiscale italiana non è perfetta. Non è finita. Non è ancora del tutto chiara.
Ma è il primo tentativo, dopo molti anni, di dire al contribuente: parliamoci prima.
Non perché il governo lo dica.
Ma perché, per chi applica le regole ogni giorno, era diventato necessario.
Anche sapendo che il dialogo, da solo, non basta.
Serviranno numeri, trasparenza vera e coerenza nel tempo.
Forse non è molto.
Ma nella storia fiscale italiana, è già tantissimo.
Epilogo –3 febbraio
Mentre chiudo queste righe è il 3 febbraio: Blast compie un anno.
Un anno di giornalismo che, come questa riforma, prova a fare una cosa semplice e difficile insieme: parlare chiaro.
Niente fumo. Niente slogan. Niente linguaggio per iniziati.
Solo realtà raccontata da chi la vive.
Questo articolo non è un giudizio sul governo, ma sullo stato di salute del sistema fiscale visto dal basso.
E il sistema, oggi, è ancora in esame.
Auguri, Blast.
E auguri anche alla riforma fiscale: che impari davvero a mantenere le promesse che ha iniziato a fare.



