Un venture capitalist della Silicon Valley ha scritto il manuale dello studio professionale senza saperlo
di Stefano Ricca
Yohei Nakajima è uno che di mestiere decide dove mettere i soldi. General partner di Untapped Capital, creatore di BabyAGI, uno dei primi agenti autonomi open source. Vive nel cuore della Silicon Valley e scrive report per investitori. L’ultimo si intitola “State of AI Going into 2026” e racconta dove sta andando l’intelligenza artificiale nel mondo reale, oltre il clamore. L’ho letto aspettandomi il solito documento per addetti ai lavori. Invece ci ho trovato quello che mi passa sulla scrivania.
La tesi di fondo è semplice: nel 2026 l’AI non viene più giudicata per quello che sa generare, ma per quello che riesce a far funzionare davvero. Il passaggio è da capability a operationality, scrive. Dalla capacità all’operatività. E quando l’AI entra nei processi veri, gli errori non sono più informativi. Diventano economici, legali, reputazionali. Leggevo e pensavo: benvenuto nel mio mondo.
Il report smonta con precisione chirurgica l’idea che l’AI sia una questione di strumenti. Nakajima usa una parola precisa: orchestrazione. Non significa fare la domanda giusta e ottenere la risposta giusta. Quello è il livello base. Orchestrazione significa costruire un sistema in cui l’AI coordina azioni tra strumenti diversi, prende un’intenzione e la traduce in una sequenza di operazioni concrete sui software che già usi. Non è un assistente a cui chiedi cose. È un pezzo di un’architettura che qualcuno deve progettare, testare, governare.
Non chiedete all’AI di analizzare un conto economico. Costruite sistemi in cui i dati entrano dal gestionale, vengono riorganizzati, elaborati, validati attraverso cicli di controllo, contestualizzati e restituiti in un report standardizzato, ripetibile di volta in volta. L’AI fatela muovere dentro quel sistema. Progettate, governate, decidete quando l’output è pronto per uscire. Quella è orchestrazione. Non è il futuro. Può essere presente per chi ha capito che il tool da solo non basta.
La conseguenza riguarda tutti, non solo chi lavora nella tecnologia. Se gli strumenti diventano gli stessi per tutti, velocità e disponibilità non sono più un vantaggio competitivo. Sono il minimo. Sono il gregge. Anche quella skill che per anni abbiamo messo nei curriculum, il multitasking, perde di senso. Fare tante cose velocemente non distingue più nessuno quando la macchina le fa meglio e non si stanca mai. La domanda diventa nuda: se tutti possono generare lo stesso output alla stessa velocità, perché qualcuno dovrebbe scegliere proprio te?



