Un tipico paradosso italiano: tante imprenditrici, poche lavoratrici (ma c'è una spiegazione)
di Claudio Garau
Se osservato isolatamente, questo dato potrebbe sembrare un motivo di orgoglio: oggi, il nostro Paese è quello con il maggior numero di donne imprenditrici nell’Unione Europea. Le partite Iva intestate a donne hanno, infatti, superato quota 1,6 milioni ed è un primato che, certamente, racconta di energia, iniziativa e capacità di costruire impresa.
Ma basta allargare lo sguardo al mercato del lavoro nazionale per scoprire che questa cifra – fornita dall’Ufficio Studi Cgia Mestre - convive con una realtà assai meno incoraggiante. In Europa, il nostro Paese resta uno tra quelli con il più basso tasso di occupazione femminile.
Ecco allora un paradosso tipicamente italico. Molte donne faticano a lavorare come dipendenti ma, allo stesso tempo, proprio in Italia - e più che in altri Paesi UE, come Francia e Germania - scelgono di aprire un’attività. Su poco più di 10,1 milioni di donne occupate, la quota di titolari di partita Iva raggiunge un’incidenza del 16 per cento sul totale delle lavoratrici, consegnando al nostro Paese un altro primo posto nella classifica europea. Sono numeri e percentuali scaturiti dall’elaborazione Cgia Mestre, su dati camerali, che tracciano un quadro netto.
Ma il rovescio della medaglia sta, come appena accennato, nella vasta “prateria” del lavoro subordinato. Qui il mercato del lavoro perde milioni di donne. Le cifre non mentono. Secondo l’ultima indagine Inapp, in Italia, circa 7,7 milioni di donne in età lavorativa risultano inattive, ossia non occupate e neanche alla ricerca di un impiego. Il tasso di inattività femminile sfiora il 42 per cento, ed è quasi il doppio rispetto a quello maschile.
Sono sfiduciate, pessimiste e, probabilmente, consapevoli che l’impiego in via subordinata è ancora costruito su un modello implicito: quello del lavoratore libero da impegni, sempre disponibile, senza figli da accudire, né familiari da assistere. Quando entrano in gioco maternità, responsabilità di cura e servizi pubblici insufficienti, molte donne sono costrette a rallentare o uscire dal mercato. Non per mancanza di competenze o ambizione, ma perché il sistema continua a chiedere una elasticità che, nella vita reale, poche persone riescono a garantire.
La distribuzione dei carichi familiari è assai squilibrata. E i numeri Inapp lo confermano. Una quota consistente delle donne inattive (34,2 per cento) dichiara di dedicarsi all’accudimento di figli o parenti. Tra gli uomini questa motivazione è molto meno presente: quasi la metà dei casi di inattività (48,2 per cento) è, infatti, legata allo studio.



