Ho aperto il bilancio. Non per difendere qualcuno, non per attaccarlo. Per curiosità. Il riflesso condizionato di chi vede spesso i bilanci e quando sente “numeri disastrosi” vuole vedere con i propri occhi cosa c’è scritto.
Carlo Calenda, qualche giorno fa, pubblica sui social i dati contabili della società editrice del Fatto Quotidiano. Scrive: “Questi sono i numeri disastrosi dell’editore del Fatto Quotidiano. Ci sono molte anomalie. Debiti con i fornitori, il fisco e le banche che esplodono e redditività che crolla. Un’azienda normale sarebbe senza cassa e le banche non avrebbero dato linee di credito.” Allega una pagina del bilancio. Chiama in causa Travaglio. Allude alla Russia.
La questione Russia non mi appartiene e non mi interessa (così come parteggiare per una parte o per l’altra). Quello che mi interessa è l’altra metà della storia: i numeri. Perché i numeri che Calenda cita sono veri. Ed è esattamente questo il punto.
Calenda cita sedici milioni di debiti. Il dato è corretto. Esiste in bilancio, voce D dello stato patrimoniale: debiti totali. È il numero più grande disponibile, e fa il suo effetto.
Il problema è cosa c’è dentro quella voce. Ci sono i debiti verso fornitori, sette milioni. I debiti previdenziali verso l’INPS, un milione e trecentomila euro. I debiti tributari, le competenze differite del personale, i ratei passivi. Cose ordinarie, che ha qualunque azienda operativa: fornitori da pagare, contributi del mese in corso, ferie maturate.
Il debito bancario reale, quello verso Unicredit e Intesa, i mutui, le linee di credito, è quattro milioni e novecentomila euro. Non sedici. Quattro virgola nove.
Non è una bugia. È una scelta. E la scelta del numero cambia tutto.
Il patrimonio netto consolidato è negativo: meno cinque milioni e quattrocentomila euro. KPMG lo evidenzia nella propria relazione, segnalando un’incertezza significativa sulla continuità aziendale. Non è un dettaglio da minimizzare.
Ma va letto insieme ad altri due numeri che non compaiono nel post di Calenda.
Il cash flow operativo del primo semestre 2025 è positivo a quasi due milioni di euro. La società genera cassa dalla gestione ordinaria. Non si dissangua giorno per giorno: investe più di quanto incassa, e lo fa con un piano preciso.
La perdita contabile è gonfiata dagli ammortamenti sulle produzioni televisive di Loft Produzioni, la controllata che fa contenuti per la tv. Questi investimenti vengono capitalizzati, iscritti come immobilizzazioni immateriali, e poi ammortizzati negli esercizi successivi. È una scelta contabile corretta e ordinaria. Ma genera una perdita che non corrisponde a una perdita di cassa.
Stanno spendendo per costruire qualcosa. Gli ammortamenti di quegli investimenti pesano sul risultato d’esercizio, non sul portafoglio. La gestione quotidiana funziona.
Detto questo, SEIF non è in buona salute. Il patrimonio netto negativo è un problema strutturale. Le linee di credito a breve sono quasi interamente utilizzate. C’è un piano di liquidità che prevede di rimborsare quasi tre milioni di debiti entro giugno 2026 trovando contemporaneamente nuovi finanziamenti per oltre due milioni. Il margine è stretto. I revisori fanno bene a segnalarlo.
Ma nessuno ha risposto a Calenda sul piano dei numeri. Non il Fatto, che ha risposto sulla Russia. Non i giornali, che hanno riportato la polemica senza aprire il PDF.
Ho impiegato mezz’ora. Il bilancio è pubblico, scaricabile dal sito di SEIF nella sezione Investor Relations.
Quello che mi ha colpito non è tanto che Calenda abbia scelto il numero più grande. È una mossa prevedibile. Mi ha colpito che nessuno abbia sentito il bisogno di andare a vedere cosa ci fosse attorno a quel numero.
Con i bilanci funziona così. Con i bilanci dei comuni, delle aziende, delle famiglie. Isoli un numero, ci attacchi un aggettivo, lo mandi in circolo. Il numero è vero. La storia che racconta dipende interamente da te.
Un bilancio è una storia. Come tutte le storie, dipende da dove decidi di cominciare a raccontarla.


