Un neoassunto su quattro è straniero. Ma non è emergenza, è (oramai) struttura
di Claudio Garau
Nel 2025 le imprese italiane hanno registrato quasi un milione e 360mila assunzioni di lavoratori immigrati. È il 23 per cento del totale: un neoassunto su quattro non è italiano. Il dato, recentemente elaborato dall’Ufficio studi della CGIA di Mestre, sulla base del Sistema informativo Excelsior di Unioncamere, segna un incremento del 139 per cento rispetto al 2017 e più che un raddoppio rispetto al 2019.
Questi numeri non descrivono di certo un fenomeno contingente, un exploit momentaneo. Descrivono una trasformazione strutturale del mercato del lavoro italiano. Tuttavia, con una certa superficialità, il dibattito pubblico e politico persiste nell’oscillare tra emergenza e ideologia, come se si trattasse di una sorta di onda passeggera. Di una fase transitoria, destinata a riassorbirsi da sola, come se il mercato del lavoro potesse tornare a un passato che, nei fatti, non esiste più.
Siamo invece innanzi a un mutamento stabile dell’offerta e della domanda di lavoro, ormai profondamente radicato nella dinamica demografica e produttiva del Paese. Ecco perché, con sano pragmatismo, bisogna prenderne atto e costruire politiche del lavoro, dell’integrazione e della formazione che trasformino questo dato strutturale in una robusta leva di crescita, evitando di entrare nel vicolo cieco dello scontro ideologico.
Numeri e percentuali, presentati dall’indagine dei ricercatori Cgia Mestre, fotografano con chiarezza l’attuale situazione del “lavoro straniero”. In particolare, mostrano che l’incidenza delle assunzioni varia per settore, e qui i dati diventano ancora più eloquenti. In agricoltura, ad esempio, ben il 42,9 per cento delle nuove entrate riguarda lavoratori provenienti da oltre confine. Nel tessile-abbigliamento-calzature si arriva al 41,8 per cento, nelle costruzioni al 33,6 per cento. Pulizie e trasporti si attestano al 26,7 per cento.
In valori assoluti, la ristorazione guida la classifica con oltre 231mila ingressi. Seguono i servizi di pulizia (137mila) e l’agricoltura (105mila). A parere di chi scrive, innanzi a cifre così nette, la domanda da porsi non è: “Perché così tanti stranieri?”. Invece, la domanda più onesta e corretta è: “Perché così pochi italiani?”.
Non siamo di fronte a un effetto sostitutivo generalizzato, si badi bene. Non si tratta di un’applicazione pratica del complottistico piano Kalergi. Il fenomeno ha una spiegazione molto più “materiale”: il persistente disallineamento tra domanda e offerta di lavoro. In molti comparti vitali per l’economia del Paese, come agricoltura, edilizia, logistica o assistenza alla persona, la manodopera italiana è insufficiente o indisponibile.
I motivi sono rintracciabili in una combinazione di fattori demografici e socio-economici: il calo delle nascite riduce la popolazione giovane, molti italiani preferiscono oggi lavori fisicamente meno faticosi o logoranti, o più sicuri, e alcune professioni richiedono flessibilità, turni o mansioni considerate poco attraenti. Ma l’analisi di Cgia Mestre lo suggerisce: il sistema produttivo, per sua natura, non tollera il vuoto e lo colma.
Il nodo demografico ci invita a riflettere sul delicato rapporto tra meno nati e più pensionati. L’Italia è un Paese che invecchia rapidamente. Meno nascite significano meno ingressi nella popolazione attiva e più pressione sul sistema pensionistico e sui conti Inps. In questo quadro, la presenza di lavoratori stranieri non è un elemento accessorio, ma una gradita componente di (ri)equilibrio. Un po’ come dire che senza immigrati, il nostro mercato del lavoro si fermerebbe perché verrebbe meno una delle poche forze capaci di compensare la scarsità di culle. Mancherebbe il sostegno lavorativo, fiscale e contributivo a un sistema previdenziale che, da solo, non riesce più ad autoalimentarsi. In breve, senza l’apporto del “lavoro straniero”, il peso sulle generazioni attive, che già patiscono le trasformazioni demografiche in atto, sarebbe ancora maggiore.
Inoltre, in un sistema previdenziale come quello italiano, finanziato prevalentemente a ripartizione e fondato sul principio di solidarietà intergenerazionale, l’equilibrio dipende in larga misura dall’ampiezza della base contributiva. Il meccanismo è ben conosciuto: i contributi versati oggi dai lavoratori attivi finanziano le prestazioni erogate ai pensionati.



