Umano, troppo (poco) umano (*)
di Dario Deotto
Due, tre pensieri veloci che sorgono spontanei dopo l’enciclica di Papa Leone e tutto il dibattito (scontato e, a dirla tutta, abbastanza noioso) che ne è seguito.
Il succo, sostanzialmente, è quello della constatazione che l’uomo rischia di essere ridotto ad essere un “mezzo” dell’AI.
Il fatto è che questa “trasformazione” dell’umano è già avvenuta. Da molto tempo. Non rispetto solo all’AI – che, chiaramente, prima non c’era – ma rispetto ad una questione molto più ampia, che è quella della tecnica.
Già nel 1959 M. Heiddeger, ad esempio, riportava (ne L’Abbandono) che “ciò che è veramente inquietante non è che il mondo si trasformi in un completo dominio della tecnica. Di gran lunga più inquietante è che l’uomo non è affatto preparato a questo radicale mutamento del mondo”.
Occorre chiarire sin da subito che per “tecnica” si intende sia l’universo di “mezzi” (compresi, ovviamente, quelli “tecnologici”), che nel loro insieme compongono l’apparato tecnico, sia la razionalità che presiede il loro impiego in termini di efficienza, uniformità e prevedibilità (così da trasformare l’uomo, di fatto, in una sorta di “macchina”).



