Donald Trump si è presentato a Davos con la postura di chi non porta un discorso, ma una sentenza. L’America è tornata, l’Europa è persa, le alleanze devono adeguarsi. Davanti al pubblico del World Economic Forum – finanza globale, grandi imprese, decisori politici – Trump ha messo in scena un monologo che funziona benissimo come racconto: pochi personaggi, pochi colpevoli, una sola soluzione. Lui.
Il discorso è stato affascinante dal punto di vista narrativo, potente nella sua semplicità manichea. È stato anche, in larga parte, privo di fondamento fattuale. Non perché ogni singolo numero sia inventato, ma perché i dati vengono usati come oggetti scenici, non come strumenti di analisi: selezionati, gonfiati, accelerati fino a produrre una morale.
Il primo pilastro del “miracolo” è l’inflazione. Trump afferma che è stata “sconfitta”, citando un’inflazione di fondo all’1,6 per cento “negli ultimi tre mesi”. La precisione del numero serve a costruire un’aura tecnica. Ma l’economia non si giudica su un fotogramma favorevole: si guarda la serie storica. Su base annua, l’inflazione statunitense a fine 2025 è intorno al 2,7 per cento, mentre la core resta sopra il 2,5per cento, cioè oltre l’obiettivo della Federal Reserve. Soprattutto, la discesa dell’inflazione non inizia con Trump: era già in atto da oltre due anni. Per nove mesi del 2025, Trump ha governato con un tasso di inflazione sostanzialmente identico a quello ereditato.
1° FACT-CHECK Inflazione USA: non “sconfitta”. Il dato annuo resta sopra il target Fed e la discesa è iniziata prima del cambio di amministrazione.
Dopo l’inflazione arriva il passaggio che a Davos suona come una standing ovation automatica: investimenti e mercati. Trump parla di 18 trilioni di dollari, forse 20. Una cifra così grande da funzionare come un incantesimo. Se è così enorme, deve essere vera. Se è vera, è inevitabile. Se è inevitabile, conviene allinearsi.
Solo che, quando si va a guardare il tracker ufficiale della Casa Bianca, il numero pubblico è circa 9,6 trilioni, non 18 né 20. E quella cifra include annunci, dichiarazioni di intenti, accordi preliminari, investimenti condizionati a future politiche tariffarie. Non capitale già speso, non cantieri già aperti. Diverse verifiche indipendenti hanno ulteriormente ridimensionato il dato.
Qui non siamo davanti a una bugia grossolana, ma a qualcosa di più tipico del populismo economico: raddoppiare. Prendere un numero che esiste, gonfiarlo, presentarlo come evento storico e poi usarlo per delegittimare chiunque chieda verifiche (“gli esperti dicevano che non sarebbe successo”).
2° FACT-CHECK Investimenti USA: i “18–20 trilioni” non risultano da dati ufficiali verificabili. Le stime pubbliche si fermano a circa la metà.
Il discorso poi vira sull’energia, e qui il registro cambia: dalla forzatura alla falsificazione. Trump sostiene che la Cina produce pale eoliche ma non le usa, che non esistono parchi eolici nel Paese. È una frase costruita per essere ricordata, per far ridere, per rafforzare l’idea di un’Europa ingenua e di una Cina furba.
È anche falsa. La Cina è il primo paese al mondo per capacità eolica installata e per nuove installazioni. I suoi parchi eolici sono documentati, mappati, visibili da satellite. La Cina usa carbone, gas, nucleare e rinnovabili perché sta costruendo un sistema energetico diversificato. Quello che Trump presenta come “stupidità europea” è, nei fatti, una strategia di transizione.
3° FACT-CHECK Eolico in Cina: la Cina è leader mondiale per capacità eolica. L’affermazione “non usano le pale” è falsa.
Quando Trump cita Germania e Regno Unito, la tecnica cambia ancora. Qui non inventa una realtà alternativa, ma seleziona. È vero che la produzione elettrica tedesca è diminuita rispetto al 2017. È falso o fortemente esagerato l’aumento dei prezzi che cita. Nel caso britannico, il calo della produzione rispetto agli anni Novanta è reale, ma deriva da scelte deliberate di politica energetica, non da un collasso economico.
La differenza tra analisi e propaganda sta tutta qui: l’analisi ammette complessità, la propaganda la riduce a colpa. “Green New Scam” non è una tesi, è un frame.
Il momento davvero rivelatore del discorso, però, non è economico. È geopolitico. E si chiama Groenlandia. Trump non parla dell’isola come di un dossier di sicurezza artica o di cooperazione NATO. Usa il linguaggio della proprietà: abbiamo salvato, abbiamo dato, abbiamo restituito, ora la vogliamo. Aggiungendo che senza “proprietà” non si può difendere un territorio. Non è una proposta negoziale. È una rivendicazione.
Storicamente, l’idea che gli Stati Uniti abbiano “restituito” la Groenlandia è infondata: la sovranità danese è stata riconosciuta internazionalmente già nel 1933; durante la Seconda guerra mondiale gli USA ne hanno garantito la difesa, senza mai acquisirne il possesso. Ma il punto non è l’errore storico. È il messaggio: le alleanze diventano crediti da riscuotere.
Lo stesso schema torna quando Trump parla di NATO. L’alleanza non è più un patto politico, ma un bilancio dare-avere. Peccato che un fatto storico sia difficilmente aggirabile: l’Articolo 5 è stato invocato una sola volta nella storia della NATO, ed è stato dopo l’11 settembre, a difesa degli Stati Uniti. Questo non chiude il dibattito sulla spesa militare, ma rende fragile la narrazione dell’alleanza “a senso unico”.
A quel punto Trump rientra nel registro che gli è più congeniale: guerre “risolte”, mondo “pacificato”, leadership personale che sostituisce istituzioni e processi. La contabilità è creativa, i conflitti citati restano in molti casi aperti o mal definiti. Ma anche qui il punto non è l’esattezza del numero: è l’idea che la realtà sia un set, e che basti dichiarare un successo perché esista.
La parte più inquietante arriva quando il discorso scivola dall’economia all’antropologia. I riferimenti a “culture che non hanno mai costruito società di successo”, le allusioni al QI, la criminalizzazione di intere comunità. Qui non siamo più nel campo del fact-checking tecnico. Siamo davanti a una naturalizzazione dell’esclusione. Politiche complesse vengono ridotte a una scorciatoia emotiva: non è un problema di istituzioni, è un problema di persone.
Ed è qui che il populismo economico mostra la sua coerenza interna. Trump attacca le élite, ma favorisce capitale e industria bellica. Demonizza l’intervento pubblico, ma autorizza centrali private per l’IA. Parla di libero mercato, ma usa i dazi come arma geopolitica. Promette protezione, ma redistribuisce verso l’alto.
Il linguaggio della legittimazione
C’è un dettaglio che rende questo discorso più significativo di quanto appaia a una prima lettura. Non è l’aggressività. Non è nemmeno l’uso disinvolto di dati falsi o parziali. È il linguaggio della legittimazione.
Molto spesso, prima dell’espansione militare, c’è sempre una fase in cui il potere riscrive il linguaggio: trasforma l’alleanza in debito, la cooperazione in subordinazione, il diritto in concessione revocabile.
Il discorso di Trump a Davos si muove esattamente su questo piano. Non promette esplicitamente conflitto. Promette “protezione”. Non parla di conquista. Parla di “proprietà necessaria per difendere”. Non attacca frontalmente gli alleati. Li riduce a clienti. E quando dice “se rifiutate, ce ne ricorderemo”, non sta urlando: sta normalizzando l’idea che il dissenso abbia un costo.
In questo senso, il problema non è che Trump alzi la voce. È che non ne ha bisogno. Il suo discorso non è isterico: è transazionale. Non chiede consenso, chiede allineamento. Non propone un ordine condiviso, ma una gerarchia.
È così che gli ordini internazionali iniziano a cambiare senza dichiararlo. Non con i carri armati, ma con i contratti. Non con le invasioni, ma con la dipendenza resa strutturale. Non con la forza esplicita, ma con la contabilità morale.
La domanda finale, quindi, non è se Trump stia dicendo la verità. È più scomoda: quanto siamo disposti ad accettare un mondo in cui la verità diventa negoziabile e la sicurezza un servizio a pagamento?
La storia insegna che gli ordini politici non crollano quando qualcuno urla troppo forte.
Crollano quando il linguaggio che li sostiene smette di essere contestato.
E oggi, più che mai, il rischio non è l’allarme. È l’abitudine.


