Nel mercato del lavoro, non tutte le attività godono di tutele chiare e strutturate. Ed è proprio nelle “zone grigie” che spesso si insinuano abusi e sfruttamento, alimentati da una cultura della prevaricazione che resiste alle trasformazioni tecnologiche. L’inchiesta recentemente aperta dalla Procura di Milano su Foodinho Srl, società che gestisce Glovo in Italia, non è soltanto l’ennesimo capitolo giudiziario nel tormentato rapporto tra piattaforme digitali e mondo dell’occupazione. È un atto di accusa sistemico contro un modello economico, che ha fatto della tecnologia non uno strumento di progresso sociale, ma una nuova forma di intermediazione illecita del lavoro.
Lo riportano le pagine di molti quotidiani: il provvedimento di controllo giudiziario disposto dalla Procura meneghina, su Foodinho, recante l’ipotesi di caporalato in forma digitale, segna una sorta di cambio di passo, un passaggio di “qualità”. Il diritto penale del lavoro entra con decisione nel cuore dell’organizzazione algoritmica delle piattaforme di food delivery, smascherandone la reale natura. Con un filo di sarcasmo si potrebbe dire che siamo innanzi a un caso di algoritmo… che diventa caporale.
Dalle carte dell’inchiesta emergerebbe, già ora, un quadro univoco e chiaro sul piano dell’attribuzione delle responsabilità. I rider del colosso spagnolo Glovo non sono lavoratori autonomi, che offrono liberamente la propria prestazione sul mercato. Quella è solo la “facciata” del contratto, la foglia di fico. Sono, al contrario, manodopera etero-organizzata, costantemente geolocalizzata, monitorata, valutata e disciplinata da un software che assegna le consegne, stabilisce i tempi, incide sulla continuità del reddito e sanziona ritardi o rifiuti. Un sorta di ricatto costante, insomma.



