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Economia

Studi professionali: organizzazioni razionali guidate da emozioni irrazionali

di Mario Alberto Catarozzo

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Blast
apr 23, 2026
∙ A pagamento

Provate a guardare con occhi nuovi uno studio di professionisti, per esempio commercialisti o consulenti del lavoro. Ciò che noterete ancora prima di entrare nello studio è la targa nel palazzo, spesso altisonante, con loghi ben studiati, nomi dei professionisti in fila: insomma tutto ben organizzato, come ragione vuole. Poi, però, addentrandoci meglio nelle dinamiche di studio scopriamo che la ragione resta spesso all’ingresso e ciò che vige è l’emozione camuffata da stress, ansia, preoccupazioni e scandita da scadenze e rituali.

Partiamo da qui: l’essere umano è un essere irrazionale, razionalizzatore.

Il mito della razionalità professionale

I commercialisti e i consulenti del lavoro sono, per formazione e per vocazione, i guardiani della razionalità economica. Interpretano bilanci, calcolano imposte, applicano norme con una soglia di tolleranza all’errore molto bassa, perché il loro sbaglio ha conseguenze reali per i clienti. Sembrano - e in larga parte sono - professionisti abituati a decidere con la testa.

Eppure, quando si tratta di gestire l’organizzazione interna del loro studio, questa razionalità spesso svanisce. Le decisioni più strategiche - chi promuovere a collaboratore senior, se accettare quel cliente difficile che porta fatturato, ma avvelena il clima, se investire in un nuovo software gestionale o assumere una persona in più - vengono prese non con una matrice decisionale, ma con l’istinto, la paura, il senso di lealtà, il risentimento accumulato negli anni.

Le emozioni che governano davvero

Ne ho visti tanti di studi - grandi e piccoli, monoprofessionali e associati - in cui le dinamiche emotive non dette erano il vero motore organizzativo. Il socio anziano che non vuole cedere responsabilità ai colleghi più giovani perché lo studio è la sua identità, la sua casa, il suo specchio. Il titolare che continua ad accettare clienti impossibili per paura di perdere fatturato, trascinando il team in un ciclo di stress cronico che abbassa la produttività di tutti. Il collaboratore bravo e silenzioso che se ne va senza dire niente, perché nessuno ha mai davvero chiesto come stava.

Questi non sono casi limite. Sono la norma.

Quando chiedo a professionisti perché certe persone siano rimaste o siano state promosse, la risposta reale è quasi sempre emotiva: «è fedele», «ci conosciamo da anni», «mi fido di lui/lei». Nessun KPI. Nessuna valutazione strutturata. Solo relazione e pancia.

Le radici del paradosso

Perché accade? Le ragioni sono almeno tre.

La prima è identitaria: lo studio professionale, specie se fondato dal titolare, non è semplicemente un’impresa. È una proiezione del sé. Toccare l’organizzazione significa toccare l’identità del fondatore. E questo produce resistenze emotive potentissime, spesso travestite da motivazioni tecniche o strategiche.

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