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Diritto

Storia di un concordato bocciato dai creditori

di Stefano Ricca

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Blast
nov 26, 2025
∙ A pagamento

Quando penso al perché le procedure della crisi d’impresa riescano sempre ad affascinarmi ricordo Nanni Moretti in Caro Diario che a un passante diceva “io devo sempre stare in una minoranza”. Ecco, a volte mi piace stare dalla parte di chi va male, perché in un mondo che deve sempre andare bene, mi piace stare anche con chi ha il coraggio di ammettere che non ce la fa più.

E il concordato preventivo è esattamente questo: il momento in cui un imprenditore alza le mani e dice “non ce la faccio, ho bisogno di aiuto”. Non è resa, è realismo. Non è sconfitta, è pragmatismo. O almeno dovrebbe esserlo.

Ma c’è un momento, nel concordato preventivo, in cui si rimane con il fiato sospeso ed è quando si arriva al voto dei creditori. Quando, cioè, quelli a cui devi i soldi decidono se darti una possibilità oppure no.

Facciamo un passo indietro. Come funziona il concordato preventivo? Semplice. Un’azienda in crisi presenta un piano ai creditori: “Guardate, io vi posso dare il 10 per cento di quello che vi devo. So che sembra poco, ma è meglio di niente. E soprattutto, se mi date questa possibilità, l’azienda continua, i dipendenti tengono il posto di lavoro, l’attività produttiva resta in piedi”.

I creditori devono votare. Se la maggioranza dice sì, il concordato passa. Se dice no, si va dritti in liquidazione giudiziale. Che tradotto in italiano significa: fallimento. Zero euro per i creditori chirografari, zero posti di lavoro salvati, zero possibilità di ripresa. Il nulla mascherato dall’illusione della giustizia.

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