Srl 2.0: la svolta Blockchain oltre il muro della Legge Capitali
di Pietro Alò e Antonello Cassone
In un’Italia che corre a velocità alterne, sospesa tra il genio di chi fonda startup in un garage e la pesantezza di un sistema normativo che sembra ancora scritto con la penna a calamaio, la Legge Capitali del 5 marzo 2024 (n. 21) si presenta come un aggiornamento firmware che però non risolve i bug di sistema.
Certo, la possibilità di dematerializzare le quote per le S.r.l. PMI è un segnale di vita, un riconoscimento tardivo di un mondo che non può più restare incatenato a faldoni polverosi, ma se grattiamo via il trucco da “modernità” forzata, quello che resta è una riforma che rischia di fermarsi a metà del guado.
Il legislatore ha scelto di intervenire sulla forma — trasformando il pezzo di carta in una riga di codice dentro i database centralizzati di intermediari come Monte Titoli — senza però avere il coraggio di affrontare la funzione reale di una società oggi: essere un organismo fluido, capace di respirare attraverso round di investimento rapidi e scambi veloci. Per chi vive di innovazione, la possibilità di trasferire quote in modo rapido e tecnologicamente avanzato non è un vezzo estetico o un lusso da “tech-enthusiast”, ma una condizione competitiva essenziale per non farsi mangiare vivi dal mercato globale.
Eppure, il diritto societario continua a trattare la tokenizzazione nativa come un corpo estraneo, un alieno da guardare con sospetto, preferendo rintanarsi nei recinti sicuri di una “S.p.A.-izzazione” delle S.r.l. che obbliga a standardizzare tutto, uccidendo quel personalismo che è l’anima delle nostre imprese più creative. La vera critica non è tecnologica, è umana e politica: stiamo preservando gli attriti storici della circolazione delle partecipazioni per proteggere un impianto concettuale che non serve più a nessuno, se non a chi vive di intermediazione.



