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Fisco

SPILLI TRIBUTARI - Il paradosso digitale: la quarta dimensione delle ricevute PEC tra rigore giurisprudenziale e labirinti del SIGIT

di Gianluigi Giuliano e Piero Sanna Randaccio

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Blast
gen 14, 2026
∙ A pagamento

In un’epoca in cui la dematerializzazione del processo pareva averci affrancato dalle catene polverose dei faldoni cartacei, la Corte di Cassazione ha deciso di ricordarci che il diritto, lungi dal farsi algoritmo, preferisce talvolta travestirsi da sofista bizantino. Con un quartetto di ordinanze recenti (n. 32316 dell’11.12.2025, n. 28297 del 24.10.2025, n. 11749 del 5.05.2025 e n. 7041 del 17.03.2025), i giudici di legittimità hanno eretto un nuovo altare al culto del formato .eml o .msg.

Il dogma è scolpito nel marmo digitale: ai fini della prova della notifica, non basta più la “fotografia” del successo, ovvero il rassicurante PDF che attesta l’avvenuta consegna. Occorre, pena l’inammissibilità del ricorso ex art. 22 comma 3 del DLgs. 546/92, depositare l’essenza stessa del messaggio, quel file nativo che, come un DNA telematico, consenta di verificare con certezza metafisica “che cosa e quando è stato depositato”. Il PDF, povero orfano della modernità, viene declassato a mera immagine inattendibile, un’illusione ottica priva di quella dignità giuridica necessaria a superare il severo vaglio della sezione tributaria.

Ci troviamo di fronte a un’interpretazione che brilla per una sorta di misticismo tecnologico. Sebbene la normativa del Processo Tributario Telematico (PTT) si limiti a prescrivere con austera sobrietà i formati PDF/A-1a o b, e l’art. 9 della Legge 53/1994 non imponga esplicitamente un’estensione univoca per le ricevute, la Cassazione ha scelto la via della rigidità formale.

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