SPILLI TRIBUTARI - Il Fisco e la foga di tassare le provvigioni: per la Cassazione conta la realtà, non l'ipotesi
di Marco Cramarossa
C’è un momento, nella vita di ogni contribuente, in cui capisce che per l’Amministrazione finanziaria quello che si incassa è una specie di sacramento. Poi arriva l’ordinanza n. 371 del 7 gennaio 2026 e fa una cosa quasi sovversiva. Dice che l’incasso, da solo, non basta. Che il reddito, per diventare tassabile, deve anche essere certo e oggettivamente determinabile. Sembra poesia civile, invece è solo articolo 109 del TUIR.
Il caso nasce nel mondo dei consulenti finanziari, dove i contratti promettono bonus legati ai risultati, spesso su finestre lunghe (dodici mesi nel caso specifico oggetto della controversia). La banca anticipa somme ogni quattro mesi, ma “salvo conguaglio finale”. Tradotto: oggi ti anticipo somme, domani vediamo, dopodomani magari ti riprendo tutto.
L’Agenzia delle entrate però non ama i finali sospesi. Vede un bonifico, sente odore di imponibile e costruisce una tesi da romanzo distopico. Siccome entro il termine di presentazione della dichiarazione relativa al 2015 sarebbe maturata la certezza della provvigione, allora quelle somme dovevano essere dichiarate nella stessa annualità 2015. Una specie di magia contabile a ritroso. Come dire che un amore nato a giugno “in realtà” era già nel cuore da gennaio, quindi ci paghi sopra l’IRPEF.



