SPILLI EREDITARI - Family Constitution e Trust - L’elegante aporia tra valori proclamati e regole operative
di Piero Sanna Randaccio
Nel raffinato laboratorio del diritto patrimoniale delle famiglie imprenditoriali circola da alcuni anni uno strumento che i consulenti citano con entusiasmo quasi liturgico e che, al tempo stesso, i giuristi più ortodossi osservano con prudente scetticismo: la Family Constitution.
Un documento che promette ordine nella successione delle generazioni ma che, giuridicamente parlando, vive sospeso in una zona intermedia tra etica familiare e normatività imperfetta. In altre parole: una carta fondamentale domestica che ambisce a disciplinare il futuro senza possedere la forza giuridica per imporlo. La famiglia imprenditoriale vi raccoglie i propri valori, le regole di accesso alla governance, i criteri di gestione del patrimonio e le aspettative delle generazioni successive. Non è soltanto un documento organizzativo, è una dichiarazione di identità, quasi una costituzione simbolica della dinastia imprenditoriale.
Il problema è noto. L’ordinamento italiano continua a guardare con sospetto ogni tentativo di disciplinare anticipatamente la successione. L’ombra lunga del divieto di patti successori previsto dall’articolo 458 c.c. grava su qualsiasi architettura che tenti di trasformare il futuro ereditario in oggetto di regolazione preventiva.
La Family Constitution, così, assume i tratti di una creatura quasi metafisica: un sistema di regole che aspira a orientare comportamenti futuri pur senza disporre di una vera forza cogente. Una promessa di concordia intergenerazionale che appare solidissima fino al momento in cui qualcuno eredita più del previsto.
Le statistiche sul passaggio generazionale nelle imprese familiari hanno il tono di una diagnosi clinica. L’Osservatorio AIDAF–Bocconi ricorda regolarmente che meno di una impresa familiare su dieci ha formalizzato un vero processo di successione. Nel resto dei casi il passaggio generazionale continua a seguire dinamiche più domestiche che istituzionali: la volontà del fondatore, il consenso tacito tra fratelli, o la semplice inerzia degli eventi.
In questo contesto la Family Constitution svolge una funzione quasi rituale. Redigerla significa dichiarare — a se stessi prima ancora che ai consulenti — che la famiglia è in grado di governare il proprio futuro.
Il documento definisce:
valori fondativi della famiglia imprenditoriale
criteri di accesso alla gestione dell’impresa
regole di circolazione delle partecipazioni
politiche di distribuzione degli utili
meccanismi di gestione dei conflitti
La sua natura è però profondamente anfibia.
Da un lato vi è una dimensione etica: molte clausole rappresentano dichiarazioni di principio che vincolano soprattutto sul piano dell’onore e della lealtà reciproca. Dall’altro lato compaiono elementi negoziali: regole sulla governance, sui trasferimenti societari e sull’accesso alla gestione. Ed è proprio qui che emerge la sua fragilità strutturale: senza strumenti giuridici di attuazione, la Family Constitution rischia di restare un documento solenne ma operativamente innocuo.
Il confronto con il patto di famiglia chiarisce bene la natura della Family Constitution. Il patto di famiglia, disciplinato dagli articoli 768-bis e ss. c.c., è un contratto tipico con effetti reali che consente il trasferimento dell’azienda o delle partecipazioni a uno o più discendenti, liquidando i legittimari. È uno strumento chirurgico: interviene direttamente sul passaggio generazionale.
La Family Constitution, invece, rappresenta la cornice strategica entro cui tali operazioni possono essere pianificate. Non trasferisce beni, non produce effetti immediati e non richiede necessariamente la partecipazione di tutti i legittimari. Essa stabilisce la visione, non l’atto.



