Spese di trasferta dei professionisti e il rischio di doppia imposizione che resta sul tavolo
di Giacomo Monti
Sono oramai trascorsi diversi mesi dall’introduzione delle novità normative che hanno inciso, in maniera significativa, sul trattamento fiscale delle spese sostenute dai professionisti nell’esecuzione dell’incarico e analiticamente riaddebitate al committente.
In un precedente articolo su Blast è stato evidenziato come l’ennesimo intervento del legislatore, tutt’altro che organico e sistematico, avesse generato un quadro normativo potenzialmente distorsivo.
Da un lato, infatti, l’art. 54-ter, comma 1, del Tuir sancisce l’indeducibilità delle spese riaddebitate al committente; dall’altro, l’art. 54, comma 2-bis, dello stesso Tuir prevede l’imponibilità del rimborso percepito dal professionista se le spese riaddebitate - qualora relative a vitto, alloggio e trasporto, sostenute nel territorio nazionale - non siano state pagate dal lavoratore autonomo con mezzi tracciabili.
Il risultato è un meccanismo che, lungi dal garantire neutralità fiscale, sembra costruito su una logica punitiva e disarticolata, nella quale la tassazione e l’indeducibilità possono cumularsi senza un’effettiva ragione sistematica. Un sistema, quello previsto dal legislatore, che pesa non poco sui contribuenti.
Ad avviso di chi scrive, non è corretto - né ragionevole - continuare a trasferire sui contribuenti l’onere di presidiare aree e profili che l’Amministrazione finanziaria, nei fatti, “ammette” di non essere in grado di monitorare efficacemente. L’utilizzo del contante, la tracciabilità dei pagamenti, il controllo delle modalità di sostenimento delle spese diventano così strumenti di selezione fiscale, più che di contrasto all’evasione, demandando al contribuente il ruolo improprio di garante del sistema.



