SPECCHI DIGITALI – RACCONTI E RIFLESSIONI SULL’UMANITÀ RIFLESSA NELLE SUE MACCHINE - Minority profession
di Gabriele Silva
C’è un momento in Minority Report in cui capisci che il futuro non si immagina più.
Si anticipa.
E non solo per studio o previsione: per controllo.
Nel 2054 della Washington immaginata da Spielberg e dal racconto di Philip K. Dick, il sistema chiamato Precrime riesce a scoprire gli omicidi prima che vengano commessi, grazie alle visioni di tre esseri dotati di precognizione che vedono il futuro e consentono alla polizia di fermare chi ancora non ha fatto nulla di illegale.
È un ribaltamento potentissimo: non si punisce chi ha fatto, ma chi farà.
È un principio apparentemente perfetto: zero crimini, zero vittime.
Nel film, John Anderton è il capo della divisione Precrime. Ha sacrificato affetti, relazioni e pace interiore per credere in una giustizia predittiva, assoluta e impeccabile. Eppure, quando lo stesso sistema predice che sarà lui a compiere un omicidio che non ha mai commesso, tutto crolla. Le certezze si dissolvono, la fiducia si incrina. Si scopre che esiste un “minority report”, una visione divergente tra i precog che è stata occultata per mantenere l’illusione di infallibilità.
La visione cinematografica non è solo fantascienza poliziesca. È un monito sulla pretesa di giudicare e controllare prima del tempo, sulla fiducia cieca nelle macchine e sugli algoritmi che elaborano il dato prima della scelta consapevole.
Pensiamo al lavoro.
Valutiamo performance con metriche predittive.
Usiamo sistemi di monitoraggio che segnalano “rischi di abbandono” prima che qualcuno chieda un aumento.
Predittivi di turnover, predittivi di produttività, predittivi di successo professionale.
Programmi che promettono di dirci chi sarà performante domani, chi rischia di fallire, chi potrebbe causare danni all’organizzazione.
Previsioni che sembrano infallibili perché fondate su enormi quantità di dati.
Eppure, come nel film, quel che sembra certo può nascondere manipolazioni, ignorare contesti, cancellare storie individuali, creare profili standardizzati che non corrispondono alla complessità di una persona.
Ecco il paradosso:
nel lavoro vogliamo prevedere per guidare meglio le risorse.
Ma spesso otteniamo un effetto inverso:
prevediamo per controllare, e confondiamo la capacità di vedere tendenze con quella di capire l’umano.
Nel futuro di Minority Report i “precognitivi” sono tre, ma uno di loro vede una possibilità diversa — la cosiddetta Minority report — che mette in discussione ogni certezza assoluta.
In senso metaforico, ci invita a ricordare che i modelli predittivi sono sempre solo probabilità, non verità definitive.
Quando un algoritmo ti dice che “qualcuno produrrà risultati inferiori”, o che “qualcuno è a rischio”, non sta leggendo un destino già scritto: sta valutando un possibile futuro tra molti altri.
E come ben racconta il film, sapere il futuro può a sua volta cambiarlo — perfino determinare azioni che altrimenti non si sarebbero compiute.
Nel lavoro, l’uso di sistemi predittivi richiede una dose di umiltà enorme:
non possiamo trattare la persona come se fosse una sequenza di dati e comportamenti probabilistici.
La persona ha libero arbitrio, contesto, storia, desideri che scavalcano ogni previsione algoritmica.
C’è romantico e tragico nel modo in cui Minority Report mette in scena questa tensione tra controllo e libertà.
Romantico perché ci ricorda che la scelta — anche quella più dolorosa, anche quella che sembra irrazionale — appartiene all’umano.
Tragico perché la tecnologia, quando si arroga il diritto di predire e decidere per noi, può erodere la nostra libertà senza nemmeno un atto violento di forza.
Nel lavoro di oggi, affidarsi a sistemi che “profilano il futuro” può sembrare efficiente, moderno, progressista.
Ma ciò che rischiamo di perdere non è solo qualche errore di previsione.
È la capacità di assumersi responsabilità, di riconoscere che le persone non sono destini scritti in anticipo, ma storie in corso di scrittura.
E forse il vero senso dell’ultimo atto del film — quando il sistema viene smantellato e la possibilità di scelta torna nelle mani degli individui — è proprio questo: una società funziona solo se accettiamo che il futuro non sia predeterminato, ma costruito, giorno dopo giorno, con libertà e imperfezione.


