SPECCHI DIGITALI – RACCONTI E RIFLESSIONI SULL’UMANITÀ RIFLESSA NELLE SUE MACCHINE - Non sei un prodotto
di Gabriele Silva
C’è una cosa che nel lavoro di oggi tendiamo a dare per scontata: che gli strumenti siano neutri. Che siano semplicemente mezzi, utili per fare meglio e più velocemente ciò che già facciamo. Jaron Lanier, però, nel suo Tu non sei un gadget, mette in discussione proprio questa convinzione. Non contesta la tecnologia in sé, ma l’idea che possiamo usarla senza esserne, almeno in parte, trasformati. E quando inizi a guardare il lavoro da questo punto di vista, ti accorgi che il cambiamento non è solo esterno, ma riguarda il modo in cui pensiamo, comunichiamo e prendiamo decisioni.
Lanier sostiene che ogni tecnologia porta con sé una visione implicita del mondo. Non è solo una questione di funzionalità, ma di forma. Se lavori in un sistema che privilegia velocità e quantità, tenderai naturalmente a produrre di più e più in fretta. Se invece tutto viene misurato, finirai per orientarti verso ciò che è misurabile. E se il tuo valore passa da un profilo digitale, prima o poi inizierai a costruire quel profilo con più attenzione di quanto costruisci il contenuto reale del tuo lavoro. Non è una forzatura, è un adattamento graduale, quasi impercettibile.
Nel lavoro questo meccanismo è già evidente. Scriviamo spesso più per essere letti che per essere davvero chiari. Parliamo per posizionarci, più che per capirci. Produciamo report, aggiornamenti, contenuti che hanno una forma impeccabile ma un’utilità sempre meno evidente. E ci convinciamo che sia normale, che sia semplicemente il modo in cui oggi funzionano le organizzazioni. Ma la domanda che Lanier solleva è più profonda: quanto di quello che facciamo nasce da una scelta consapevole, e quanto è invece una risposta a un sistema che ha già deciso per noi cosa conta?
Il punto più scomodo del suo ragionamento è che le piattaforme non cercano il meglio di noi, ma ciò che è compatibile con loro. Non premiano la complessità, né la lentezza, né l’ambiguità. Premiano ciò che è chiaro, sintetico, facilmente leggibile. E così, senza accorgercene, iniziamo a semplificarci. Tagliamo ciò che è troppo lungo, limiamo ciò che è troppo sfumato, evitiamo ciò che potrebbe essere frainteso. Nel lavoro questo viene chiamato efficacia, ma spesso coincide con una perdita di profondità.
Il rischio è sottile, ma reale. Quando lasci che sia il sistema a definire il valore, finisci per inseguire una versione ridotta di te stesso. Non perché qualcuno te lo imponga, ma perché diventa la strada più semplice, quella che funziona meglio. E allora inizi a filtrarti, a correggerti in anticipo, a evitare tutto ciò che non rientra nei formati accettati. È un processo lento, ma continuo, e a un certo punto diventa difficile distinguere ciò che sei da ciò che il contesto si aspetta da te.
Forse il problema non è la tecnologia, ma il modo in cui smettiamo di opporle resistenza. Accettiamo il formato, il linguaggio, le regole, fino a non metterle più in discussione. E nel farlo perdiamo qualcosa che non si vede subito, ma che pesa: la possibilità di essere davvero noi stessi anche quando è scomodo, anche quando non è efficiente, anche quando non è perfettamente leggibile. Lanier lo dice in modo diretto: non sei un gadget. Nel lavoro di oggi, ricordarselo non è una frase ad effetto, ma una presa di posizione.


