Sono passati dieci anni dal voto della Brexit: l’addio che aveva settant’anni
di Simona Baseggio e Barbara Marini
È una sera di tarda primavera in Inghilterra. È giugno e fa caldo. I britannici sono alle urne per un voto che non è come gli altri: non si sceglie tra partiti, si decide se restare o andare. Le urne chiudono, comincia il conteggio. Quattordici ore dopo, il risultato è lapidario: il Remain vince con una maggioranza schiacciante del 67 per cento. L’uscita dall’Europa è scongiurata.
Ma è il 6 giugno 1975.
Quarantun anni dopo, la storia sceglie un’altra strada. Il 23 giugno 2016 — dieci anni fa — il Leave vince con il 51,9 per cento. Quella notte, la sterlina perde il 6,8 per cento in poche ore, toccando il livello più basso dal 1985. Migliaia di trader restano svegli nei palazzi di vetro della City, processando ordini in preda al panico. Le banche crollano in Borsa: Royal Bank of Scotland -18 per cento, Barclays -17,9 per cento, Lloyd Banking Group -21 per cento.
Il mondo si sveglia con una domanda sospesa nell’aria: come è possibile?
La risposta onesta è: era prevedibile.
Ciò che viene raccontato come la follia populista di un’estate del 2016 ha in realtà radici molto più profonde. Nel dopoguerra, Churchill stesso — uno dei padri spirituali dell’idea europea — aveva già tracciato i confini di questo paradosso. Nel 1946, all’Università di Zurigo, auspicò con forza la nascita di qualcosa che somigliasse agli Stati Uniti d’Europa, necessaria per scongiurare nuovi conflitti. Ma nel medesimo discorso indicò quale sarebbe stato il ruolo della Gran Bretagna: non membro, bensì “friend and sponsor” — amico e sostenitore — della nuova Europa. Sedici anni prima, in un articolo del 1930, aveva scritto in modo ancora più diretto: “We are with Europe, but not of it. We are linked but not compromised.”
L’ambiguità britannica, insomma, è coetanea del progetto europeo stesso.
Negli anni Sessanta, quando il Regno Unito cerca per la prima volta di entrare nella Comunità Economica Europea, il veto arriva dalla Francia di De Gaulle — preoccupato che Londra potesse diluire l’influenza francese e portare Washington troppo vicino a Bruxelles. Quando De Gaulle si dimette, nel 1969, la strada si apre. Nel 1973 il Regno Unito entra nella CEE insieme a Danimarca e Irlanda. Ma quell’ingresso non è — come fu per i padri fondatori De Gasperi, Schuman e Adenauer — un atto di fede politica. È un calcolo. Un’analisi di costi e benefici in un momento in cui il paese era soprannominato “the sick man of Europe“, il malato d’Europa, per la sua prolungata debolezza economica.



