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Diritto

Si può insultare liberamente l'azienda nei gruppi WhatsApp?

di Claudio Garau

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Blast
mar 27, 2026
∙ A pagamento

Nel lavoro contemporaneo, sempre più digitale e frammentato, le relazioni tra colleghi passano frequentemente da strumenti informali come WhatsApp. Chat di reparto, gruppi ristretti, vocali scambiati durante, o dopo il turno: una quotidianità diffusa, che però apre interrogativi giuridici tutt’altro che banali.

Fino a che punto il datore di lavoro può spingersi nel controllo di queste comunicazioni? E soprattutto: può usarle per sanzionare un dipendente? Una recente decisione della Corte d’Appello di Ancona, la n. 101/2026, offre una risposta netta, destinata a lasciare il segno: no, non può.

Il caso nasce da una vicenda apparentemente ordinaria e banale, ma giuridicamente molto significativa. Una lavoratrice, addetta al reparto pescheria di un punto vendita della grande distribuzione, invia diversi messaggi vocali all’interno di una chat WhatsApp ristretta, composta da cinque colleghi. Il contesto è quello di una polemica interna, legata a una diversa articolazione dell’orario di lavoro non gradita.

Secondo la ricostruzione datoriale, quei messaggi contengono espressioni dai toni forti: critiche non velate all’organizzazione aziendale, giudizi palesemente negativi sulla qualità e freschezza dei prodotti ittici e frasi apertamente ingiuriose nei confronti delle superiori gerarchiche, ossia la capo reparto e la capo negozio. Un linguaggio ritenuto lesivo non soltanto delle persone, ma anche dell’immagine commerciale dell’azienda.

I messaggi arrivano alla direzione, scatta la contestazione disciplinare - formalizzata ai sensi dell’articolo 7 della legge 300/1970 con apposite note - e una sospensione dal lavoro e dalla retribuzione per cinque giorni, irrogata a stretto giro. Ne nasce una disputa giudiziaria e, in primo grado, il giudice ritiene legittima la sanzione, distinguendo tra diritto di critica e offese vere e proprie.

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