Il 20 febbraio scorso il Tribunale di Siracusa ha depositato una sentenza che dovrebbe far riflettere molti professionisti italiani. Un atto giudiziario conteneva il richiamo a quattro sentenze della Corte di Cassazione: precise nei riferimenti, dettagliate nelle massime, strutturate in modo ineccepibile. Una sola cosa non tornava: quelle sentenze non esistevano. L’Intelligenza Artificiale le aveva inventate e non erano state opportunamente verificate prima di essere utilizzate. Il giudice ha qualificato la condotta come responsabilità aggravata. Probabilmente, non è stata distrazione e neppure fretta, ma qualcosa di più insidioso: la fiducia cieca nell’output di uno strumento potente come l’IA. Quella stessa fiducia che, se non ci poniamo le domande giuste, potrebbe fare brutti scherzi a chiunque di noi.
Il dibattito che stiamo conducendo nel posto sbagliato
In questi ultimi anni il confronto sull’Intelligenza Artificiale negli studi professionali ha ruotato attorno a una domanda: “Devo usarla?”. “Posso usarla?”. Domande giuste all’inizio, nel 2023-2024. Oggi non ha più senso porsela, perché il contesto è nel frattempo completamente mutato.
Vediamo di fare chiarezza. Quasi tutti - singoli professionisti e studi - la usano per redigere documenti, analizzare contratti, preparare circolari, rispondere ai clienti. I dati lo confermano e il mercato lo registra con dati statistici chiari. La formazione professionale segue di conseguenza. Però c’è un vuoto enorme nel mezzo di tutto questo: chi verifica quello che l’Intelligenza Artificiale produce? Al di là del discorso teorico – dove tutti risponderebbero che è ovvio che va tutto verificato prima di essere utilizzato – in quanti studi ci sono policy chiare sui processi necessari da seguire per l’utilizzo di questi strumenti, compresa la fase di controllo? Chi è deputato a farla in concreto? Quando? Come?
La teoria – come sempre – è una cosa, poi la pratica è ben altro.
Secondo il Future of Jobs Report del World Economic Forum, il pensiero analitico — il saper valutare, ragionare, mettere in discussione — è la competenza numero uno richiesta dai datori di lavoro nel 2026, con il 70 per cento delle aziende che la indica come prioritaria assoluta. Non la velocità di esecuzione. Non la padronanza degli strumenti. La capacità di pensare in modo critico su ciò che quegli strumenti producono.
Il pensiero critico come competenza attiva e non come rifugio nel dubbio paralizzante. Questa è la differenza. E quella differenza ha un nome preciso: conoscenza (di strumenti AI) e responsabilità professionale.
Quando lo strumento sbaglia con precisione
L’Intelligenza Artificiale è lo strumento di lavoro più potente che abbiamo avuto tra le mani da tempo immemore. Possiamo paragonarlo al telefono, se torniamo indietro di oltre un secolo, alla scoperta della energia elettrica, all’introduzione dei computer in sostituzione delle macchine da scrivere e a Internet negli anni ’90. Di sicuro è il primo strumento che “ragiona” insieme a noi, che “pensa” e che “dialoga”. Sembra “vivo”, insomma: cosa mai provata prima con nessun altro strumento tecnologico o industriale. Il punto è che è anche uno strumento che sbaglia e lo fa “con sicurezza”: inventa (allucinazioni) con precisione, produce testi plausibili su fatti che non esistono, costruisce massime giurisprudenziali riferite a sentenze mai depositate.
Il commercialista che usa l’IA per redigere un’analisi fiscale e non verifica i riferimenti normativi non sta solo risparmiando tempo, sta correndo un rischio. Il consulente del lavoro che genera una circolare automatizzata e la invia al cliente senza rileggerla non è poi così efficiente, laddove sono contenuti errori.
Dal 10 ottobre 2025 la Legge 132/2025 è operativa e l’articolo 13 è netto: l’uso dell’Intelligenza Artificiale nelle professioni intellettuali è consentito, ma la responsabilità - civile, deontologica, disciplinare - resta interamente in capo al professionista. Non al software quindi, e neppure al fornitore della piattaforma, ma in capo a chi firma.



