C’è stato un tempo in cui aderivano. Poi hanno iniziato ad aderire e decadere. Adesso non aderiscono nemmeno.
Il 23 per cento di adesioni alla rottamazione quinquies non è un dato tecnico. È la fotografia di un processo che si è completato.
Per capirlo bisogna partire da una domanda onesta: a cosa è servita davvero la rottamazione, in tutti questi anni? In molti casi, non a rimettersi in bonis. Non a chiudere una situazione debitoria in modo strutturale. Perlopiù a comprare tempo. A sospendere le azioni esecutive, togliersi il fermo auto dalle spalle, far smettere di squillare il telefono. Una tregua. Non un concordato.
Chi aderiva e poi decadeva non stava fallendo un piano di rientro. Stava usando lo strumento per quello che era: un modo per guadagnare mesi, forse anni, prima che la riscossione tornasse a bussare. Lo Stato lo sapeva. I contribuenti lo sapevano. Andava bene così. Ma dopo cinque edizioni è il caso di farsi qualche domanda. Perché adesso non va più bene così. E i numeri lo dimostrano.
La rateazione fino a 54 rate non è una condizione severa. È l’ennesimo regalo. E ogni regalo in più certifica che senza incentivi sempre maggiori lo strumento non si regge. A forza di essere riproposta, la rottamazione ha perso quello che nessun regalo può restituire: la credibilità.
Il problema non è chi ha aderito sapendo già che sarebbe decaduto. Il problema è chi non ha aderito pur avendone bisogno. Chi aveva debiti reali, una situazione difficile da cui uscire, e ha lasciato passare il treno lo stesso. Perché non ci credeva più.
Non è solo la rottamazione. Il concordato preventivo biennale ha raccontato la stessa storia: uno strumento nuovo, presentato come opportunità, accolto con diffidenza. La fiducia del contribuente verso questi strumenti non si è mai accesa.



