L’Italia può vantare un numero crescente di occupati, ma tra i ventenni resta nelle retrovie europee. Quale occasione migliore per misurare questo scarto, se non la Festa dei lavoratori? Il 1°maggio invita alla celebrazione, ma anche a una riflessione: mentre l’occupazione complessiva cresce, si restringe lo spazio per chi dovrebbe rappresentarne il ricambio. I giovani, almeno in teoria destinati a diventare i nuovi motori del sistema, restano ai margini, e gli incentivi faticano a tradursi in percorsi reali.
La domanda che dobbiamo porci proprio in questi giorni, allora, non è perché manchi iniziativa giovanile, ma perché l’ingresso nel mercato del lavoro sia così lento e selettivo. L’accesso al lavoro è tardivo; quello all’impresa, ancora di più. Il risultato è un Paese che appare stabile nelle statistiche nazionali, con i dati sull’occupazione generale in crescita, ma incerto nella propria capacità di rigenerarsi.
In questo quadro, il dato sugli occupati under 30 assume un valore che va oltre i numeri perché non è la presenza dei giovani a mancare, quanto la possibilità di trasformare l’iniziativa e la voglia di mettersi in gioco in un percorso reale.
L’Italia in basso alla classifica europea
I dati Eurostat sull’occupazione giovanile ci mostrano una tela complessa. In Europa, tra i 20 e i 29 anni, lavora il 65,6 per cento dei giovani. L’Italia si ferma al 47,6 per cento , penultima in classifica, distante non solo dalla media europea ma soprattutto dai Paesi più dinamici. La distanza non è solo un dato statistico, ma indica una difficoltà strutturale nell’assorbire nuove generazioni nel tessuto produttivo.
Anche l’Istat rafforza questa lettura. Negli ultimi vent’anni gli occupati tra i 15 e i 34 anni sono passati da 7,3 a 5,2 milioni, mentre la componente over 50 è più che raddoppiata. Il mercato del lavoro si è così trasformato in uno spazio che trattiene più a lungo e apre meno facilmente alle nuove generazioni, rendendo il ricambio lento e difficile: se l’ingresso nel mondo del lavoro si è fatto più stretto, la permanenza si è allungata.
Il risultato è un funambolo che si regge in equilibrio più sulla continuità che sul ricambio. E in tutto ciò, anche la crescita recente del tasso di occupazione, salito al 62,5 per cento , non cambia il quadro: l’Italia resta sotto la media europea di 8,5 punti.
Tra incentivi e struttura
Come è stato riportato su Blast, il nuovo decreto per il 1° maggio interviene su più fronti: incentivi all’occupazione, bonus per giovani, donne e aree ZES, fino alla definizione del “salario giusto” come criterio per accedere alle misure. L’obiettivo dichiarato è rafforzare la dinamica del lavoro.
Sono strumenti che possono incidere sul breve periodo, facilitando assunzioni o attenuando costi. Tuttavia, la loro ripetizione nel tempo li ha trasformati in una politica diffusa ma frammentata, incapace di agire sulle condizioni di fondo.
E alla fine resta sempre lo stesso nodo da sciogliere: la natura stessa degli interventi. Non bisogna certo demonizzare queste misure che sono state pensate per dare una spinta all’occupazione, anche quella giovanile. Tuttavia, un sistema che vuole favorire la nascita di giovani imprenditori (o, in generale, favorire l’occupazione dei più giovani) deve agire alla fonte a partire, ad esempio, nel legame tra università e impresa, e fare in modo che i giovani, una volta concluso il lungo percorso formativo non debbano più faticare a trovare una occupazione, nel pubblico o nel privato, da dipendenti o autonomi, oppure fare le valige e volare verso opportunità estere.
Le eccezioni esistono, ma la loro rarità dice già tutto: un sistema non si giudica da chi riesce, ma da quanto rende possibile riuscirci. Se la diffusa occupazione giovanile emerge come evento anziché come possibilità ordinaria, il problema non è l’iniziativa individuale, ma il contesto.
Una crescita senza ricambio
In generale, decreti come quelli del 1° maggio possono correggere alcune distorsioni, favorire qualche assunzione, ma non modificano l’impianto di fondo. Il ricambio generazionale non si produce per intervento normativo: dipende dalle condizioni che rendono l’ingresso nel lavoro accessibile e l’autonomia sostenibile.
Il rischio è quello di un equilibrio che può reggere nel tempo, ma che progressivamente rinuncia alla propria capacità di rinnovarsi.
E quando l’accesso al futuro smette di essere una possibilità ordinaria e diventa una traiettoria eccezionale, la questione non riguarda più soltanto i giovani, ma la forma che un Paese sceglie, consapevolmente o meno, di assumere nel tempo.


