RIPROPONIAMO LE NOSTRE RUBRICHE - SPILLI TRIBUTARI - L’IVA va alle terme e incontra il capo bagnino: storia di una esenzione da Regio Decreto (mentre per l’osteopata le prestazioni sono imponibili)
di Marco Cramarossa
C’è qualcosa di magnificamente italiano nella Risoluzione n. 9/E/2026 dell’Agenzia delle entrate. Non tanto la sostanza, che in parte sembra persino lineare, quanto il paesaggio normativo che la sorregge. Un paesaggio in cui convivono la direttiva IVA europea, il decreto IVA, i pareri ministeriali, la fattura elettronica, il Sistema Tessera Sanitaria e, come una comparsa immortale uscita da un cinegiornale in bianco e nero, il massaggiatore capo bagnino degli stabilimenti idroterapici. Sì, proprio lui. E non per folklore, ma per esenzione IVA.
La risoluzione fa un’operazione semplice, almeno sulla carta. Ricorda che per l’esenzione in base all’articolo 10, comma 1, n. 18), del Dpr n. 633/1972 servono due chiavi che devono girare insieme: requisito oggettivo e requisito soggettivo. Tradotto per i comuni mortali e per qualche legislatore distratto, non basta “fare cose utili al benessere”, serve anche stare dentro una cornice professionale sanitaria vigilata o specificamente individuata. E qui arriva il bello.
Osteopata e chiropratico vengono salutati con la cortesia burocratica che si riserva agli invitati attesi ma ancora senza documento all’ingresso. Le professioni sono state individuate, certo, ma l’iter di piena attuazione non è completato. Quindi niente esenzione IVA, almeno per ora. Il chinesiologo, invece, resta fuori in modo più netto, figura orientata alla promozione della salute e del benessere psicofisico ma non professione sanitaria ai fini richiesti dalla norma tributaria. Risultato, IVA ordinaria e fattura elettronica. Tutto ordinato, tutto coerente, tutto tristemente italiano.
Però, mentre il presente arranca tra decreti attuativi mancanti e professioni contemporanee lasciate nel limbo, il passato entra in scena con passo deciso e costume d’epoca. Il massaggiatore capo bagnino degli stabilimenti idroterapici, figura collocata tra le arti ausiliarie delle professioni sanitarie e richiamata dall’art. 99 del TULS, torna a galla con una forza che farebbe impallidire mezzo marketing del wellness. E l’Agenzia, correttamente sul piano tecnico, prende atto che quella qualifica, se sorretta da titolo idoneo, consente l’esenzione IVA. Non solo. Trattandosi di prestazioni sanitarie verso persone fisiche, non devono mai essere fatturate elettronicamente via SdI, a prescindere, quindi, sia dal soggetto (persona fisica, società, ecc.) che le eroga sia dall’invio, o meno, dei relativi dati al Sistema tessera sanitaria. Il Novecento, insomma, vince ai punti sul presente digitale.
Ed è qui che lo spillo punge davvero, perché la sensazione è quella di un Paese che, quando deve decidere chi è “sanitario” per il fisco, apre un armadio, ne estrae un regio decreto del 1928, gli dà una spolverata e dice con serietà ministeriale: “ecco, procediamo”. Nel frattempo, professioni moderne, diffuse, socialmente riconosciute e spesso invocate dagli stessi cittadini restano in sala d’attesa, con numeretto in mano e IVA al 22 per cento sul cuore.
Sia chiaro, il punto non è irridere il massoterapista MCB, che svolge attività reale e regolamentata dentro un perimetro normativo preciso, né confondere quella figura con il cliché da litorale adriatico, olio profumato, sabbia rovente ad agosto e lettino vista ombrelloni. Il punto è un altro, più fiscale e più feroce. È l’effetto ottico di un sistema che pretende di apparire razionale mentre seleziona il presente con strumenti di archeologia amministrativa.
Così succede che, nel grande romanzo dell’IVA sanitaria, l’osteopata resta personaggio in bozza, il chiropratico è ancora al capitolo preliminare, il chinesiologo viene parcheggiato nell’area benessere, e il massaggiatore capo bagnino degli stabilimenti idroterapici entra in scena con il timbro giusto, la genealogia giusta, il pedigree normativo giusto. Rimini e Riccione restano sullo sfondo, come una tentazione cinematografica. Ma la battuta finale non la scrive il mare, la scrive il fisco domestico.
E il fisco, si sa, quando vuole essere surreale non ha bisogno di inventare nulla. Gli basta solo citare bene.


