Le giornate si allungano, si pensa già alla primavera, ma, nella cultura popolare, il 31 di gennaio è l’ultimo dei “tre giorni della merla”, i più freddi dell’anno.
Così, per celebrare la tradizione, vi propongo un libro che narra un’avventura epica nel posto più freddo del pianeta: il Polo Sud.
Mentre nel mondo sta scoppiando la Prima Guerra Mondiale, sir Ernest Shackleton parte dall’Inghilterra per tentare l’ultima grande impresa di quella che è stata definita l’epoca eroica dell’esplorazione antartica: attraversare a piedi l’Antartide, percorrendo oltre 2.900 km inesplorati solamente con l’ausilio di slitte trainate da cani, con l’obiettivo di riscattare l’onore del Regno Unito. Partita da Londra nell’estate del 1914, nei giorni in cui il Regno Unito dichiara guerra alla Germania, la spedizione di Shackleton segue infatti di pochi mesi la spedizione norvegese guidata da Roald Amundsen, che per primo aveva raggiunto il Polo Sud nel 1912. Un anno prima un altro inglese, Robert Falcon Scott, aveva perso la vita con i suoi quattro compagni nel viaggio, dopo avere raggiunto il Polo seguendo la rotta Beardmore, tracciata dallo stesso Shacketon nella spedizione antartica del 1907. Nessun mezzo motorizzato, nessun telegrafo a bordo. Un’impresa che, sin dalla sua ideazione, è ammantata da leggenda e, da allora, è fonte di ispirazione per molte categorie professionali che si interessano di leadership, resilienza e problem solving “estremo”.
Buona lettura!
Titolo: Endurance – L’incredibile viaggio di Shackleton al Polo Sud
Autore: Alfred Lansing
Editore: TEA – Tascabili degli Editori Associati
Anno di pubblicazione: 2009
Pagine: 299
Il racconto di Lansing si apre con una frase lapidaria: “L’ordine di abbandonare la nave fu impartito alle cinque pomeridiane”. Poche parole, asciutte, che segnano una svolta epocale della spedizione, dopo quasi 300 giorni trascorsi su una nave immobilizzata da tonnellate di ghiaccio. La spedizione era infatti partita da un’Europa sull’orlo della Prima Guerra Mondiale ad agosto 1914 e aveva intrapreso l’ultimo tratto di navigazione a novembre, con l’obiettivo di approdare alle coste del Mare di Weddell a inizio dicembre, per intraprendere la traversata nella breve estate antartica. Tuttavia, raggiunto il 76° parallelo, nel mese di gennaio l’Endurance rimane bloccata nel pack a sole 80 miglia dal Polo Sud e viene trascinata alla deriva verso nord-ovest per settimane. I 24 uomini dell’equipaggio trascorrono l’inverno artico nella speranza che l’estate successiva consenta loro di proseguire la spedizione: allevano nuovi cani da slitta, si allenano, si procurano cibo per non intaccare le scorte calcolate per l’attraversata. Tuttavia, a ottobre 1915 la pressione del ghiaccio costringe Shackleton a prendere una decisione drastica: abbandonare la nave e il piano iniziale della spedizione. Lansing, sulla base dei diari di viaggio minuziosamente tenuti dall’equipaggio, delle lunghe interviste e della fitta corrispondenza epistolare avviata per la redazione del libro, riesce a ricostruire con lucida precisione la sequenza degli eventi: dal primo passo sui ghiacci antartici fino all’epilogo cristallizzato con incredibile lucidità e semplicità nei diari di diversi membri dell’equipaggio, il 30 agosto 1916, dopo oltre 560 giorni passati in totale isolamento dal resto del mondo, che li aveva dati per morti da tempo. Un viaggio, intrapreso prima a piedi e poi su piccole scialuppe, che aveva come obiettivo non più onore e gloria, ma la salvezza di tutto l’equipaggio.
Shackleton era un marinaio esperto e aveva già partecipato a diverse spedizioni antartiche. Figura straordinaria, si occupò personalmente della ricerca dei fondi necessari per finanziare la spedizione e della selezione dell’equipaggio. Lansing nel suo libro non ne parla, ma la leggenda, ad oggi non verificata, narra di un annuncio di lavoro che recitava: “Cercasi uomini per un viaggio rischioso. Salari bassi, freddo pungente, lunghe ore di completa oscurità. Ritorno incerto. Onore e riconoscimento in caso di successo”, cui risposero 5000 uomini e, pare, persino 3 “ragazze sportive”. Anche il processo di selezione fu condotto personalmente da Sheckleton. Sembra che, per selezionare i 26 uomini che avrebbero dovuto accompagnarlo nell’impresa, abbia usato metodi “innovativi”: oltre a valutarne le competenze tecniche, li selezionò in base al “carattere”, chiedendo loro di cantare, ballare e facendo domande che, all’epoca, saranno sicuramente sembrate bizzarre. Ma forse questa attenzione, o questa competenza, consentì di trasformare una spedizione fallita ancor prima di iniziare in quello che il New York Times definì “Una delle più grandi avventure dei nostri tempi”. Un attraversamento oceanico nelle peggiori condizioni meteo intrapreso a remi su piccole scialuppe di salvataggio, scelte vitali compiute senza alcun ausilio tecnologico, ma solo sulla base delle competenze umane e dell’istinto del capitano. Un viaggio dove resilienza, autorevolezza (più che autorità), ambizione e fortuna hanno raggiunto, in un’imprevedibile combinazione, vette irripetibili. Dove l’equipaggio, costretto più volte a dividersi, non perse mai la speranza e la fiducia nel suo capitano, nonostante gli innumerevoli rovesci del destino. Ogni giorno, per lunghissimi mesi, fino all’ultima impresa, compiuta dallo stesso Shackleton e due membri dell’equipaggio sull’isola della Georgia del Sud e Sandwich Australi. Approdati a King Haakon Bay, attraversarono a piedi il ghiacciaio inesplorato dell’entroterra con il solo ausilio di qualche corda e una ferrea forza di volontà. Un’impresa, compiuta in tre giorni estenuanti, considerata impossibile e ripetuta solo decenni più tardi, tra enormi difficoltà da rocciatori esperti, riposati e molto meglio equipaggiati.
Un’avventura lunga quasi due anni, ma anche una lezione sulle capacità degli esseri umani di superare “ostacoli insormontabili” grazie alla volontà, alla competenza, alla collaborazione e alla responsabilità individuale e collettiva.
Perché leggerlo: per rivivere l’atmosfera di un’epoca avventurosa che ha fatto sognare un mondo che, con l’avvento del telegrafo e delle tecnologie successive, è scomparso per sempre. Ogni pagina ci accompagna in una vorticosa sequenza di eventi ed emozioni che alterna piccoli dettagli e grandi rotture. L’autore non si limita alla cronaca, racconta emozioni reali senza perdere lucidità. L’attenzione ai momenti quotidiani, nella narrazione di un viaggio così estremo, rende ancora più facile provare empatia e vicinanza per questi uomini che, oltre un secolo fa, si trovarono ad affrontare, giorno dopo giorno, scelte impossibili e rischi mortali, senza alcuna certezza se non quella che, in quell’oceano di ghiaccio, erano completamente soli. E, se il racconto in terza persona non ti basta, potrai intraprendere lo stesso viaggio anche attraverso le parole dello stesso Shackleton. In “Ghiaccio”, il capo della spedizione racconta in prima persona tutti gli eventi dell’impresa, dalla conquista di Amundsen all’epilogo in cui narra le gesta dei suoi compagni di viaggio negli ultimi anni della Prima Guerra Mondiale, con uno stile asciutto e rigoroso, ma che lascia trapelare un animo nobile e sensibile.
Lascia perdere se: non apprezzi i libri intensi, che raccontano storie vere senza addolcirne gli aspetti più crudi. Il viaggio di Shackleton e del suo equipaggio impose scelte che, alla luce della sensibilità moderna, potrebbero risultare disturbanti e mettere in ombra l’incredibile combinazione di competenza, coraggio e fortuna (nella sequela di eventi avversi) che ha portato al successo di una spedizione che non raggiunse nemmeno il punto di partenza del piano iniziale.



