“Regola” - LE PAROLE DI BLAST/2
di Chiara Forino
Cos’hanno in comune Crans Montana e Niscemi? Una cittadina svizzera, dove precisione, efficienza e rigore sono un marchio nazionale, finita in prima pagina per la tragedia della festa di Capodanno, e un antico borgo siciliano arroccato su un altopiano dove, a fine gennaio, una frana di oltre 4000 metri ha costretto centinaia di residenti ad abbandonare le proprie case, costruite in un “abusivismo di fatto”, tollerato anche da chi doveva vigilare.
Apparentemente, a parte la portata del fatto di cronaca e l’ondata emotiva che questi eventi hanno suscitato, l’unico legame pare essere il rapporto con le “regole” dei soggetti coinvolti. Fermo restando che saranno le autorità competenti ad accertare eventuali responsabilità, vale la pena cogliere l’occasione per una riflessione sulla parola che, in queste settimane, è rimbalzata ovunque per raccontare, spiegare, capire ciò che si sarebbe potuto evitare: “regola”.
Il dizionario etimologico la fa risalire al latino “regula”, diminutivo di “rega”, che definiva, in origine, un’asticella di legno, il “regolo”, utilizzato per disegnare linee rette. Termine a sua volta derivato dal verbo “regere”, traducibile con “guidare direttamente” o “guidare dritto”. Nel tempo, da oggetto di uso pratico, la nozione è stata estesa all’azione di reggere, comandare e, per estensione, all’aggettivo “retto”, con cui si definisce una persona giusta, con una linea di condotta morale precisa e positiva. Nel tempo è stata estesa all’idea di un “modo di svolgersi ordinato e costante” e poi di “norma suggerita dall’esperienza o stabilita per convenzione”.



