Redditi record, praticanti in fuga: la professione di commercialista festeggia il portafoglio anche se c’è un evidente problema anagrafico
di Pietro Alò e Antonello Cassone
C’è un modo tutto italiano di leggere i numeri: si sceglie quello che sorride e lo si mette in cornice, mentre quello che “piange” lo si infila in fondo al comunicato. Il titolo del Rapporto 2026 sulla professione di commercialista, presentato il 16 luglio all’assemblea dei presidenti degli Ordini, riporta: reddito medio a 87.376 euro, +8,3 per cento, +7,3 per cento reale, per la prima volta sopra i livelli del 2007. Negli ultimi quattro anni il reddito è cresciuto del 28,3 per cento contro un PIL al 19,5 per cento: la categoria corre più veloce del Paese. Vero, verissimo, e sacrosanto rivendicarlo. Ma la festa dura giusto il tempo di girare pagina.
Perché sotto quei numeri c’è un dato che nessun brindisi riesce a coprire: la professione guadagna sempre di più, però è sempre meno capace di attrarre chi dovrebbe ereditarla. Guardiamo in faccia il convitato di pietra. Iscritti all’Albo a fine 2025: 119.050, in calo dello 0,8 per cento. Fin qui poco. Il vero segnale è un altro, ed è brutale: le nuove iscrizioni sono crollate del 27,3 per cento in un anno. Oltre un quarto in meno. Non è un raffreddore, è una tendenza strutturale. Under 40 in diminuzione, over 60 in aumento: l’età media sale, la base si assottiglia, la piramide si rovescia. È l’immagine di una professione che invecchia mentre incassa, che monetizza il presente e svuota il futuro. E qui casca l’asino della narrazione ufficiale. Perché non basta esibire il +4,2 per cento dei praticanti come prova che “quando la professione viene raccontata nella sua dimensione moderna, torna attrattiva”. Con tutto il rispetto: si tratta di un uso disinvolto della statistica. Un anno di praticanti in risalita, dopo anni di emorragia, non inverte nulla se contemporaneamente le nuove iscrizioni all’Albo — cioè chi il tirocinio lo ha finito e decide se restare — si dimezzano abbondantemente. Anzi, letti insieme i due dati raccontano una storia più inquietante: c’è ancora chi entra a fare pratica, ma sempre meno gente, alla fine del percorso, sceglie davvero di diventare commercialista. Il problema non è il rubinetto d’ingresso. È che il tubo perde alla fine.



