Non parlo in senso umano. Parlo in senso giuridico. Contabile. Freddo.
Dal 1° gennaio 2026 il ticket licenziamento NASpI aumenta. Poco, dirà qualcuno. Il massimale mensile NASpI sale a 1.584,70 euro e quel 41% per cento che le imprese devono versare per ogni anno di anzianità diventa 649,73 euro. Fino a un massimo di 1.949,19 euro per rapporti pari o superiori a 36 mesi.
Nel 2025 erano 640,76 euro per anno. Oggi sono circa nove euro in più. Ventisette euro in più sul tetto massimo.
Numeri piccoli. Apparentemente irrilevanti.
Eppure, ogni volta che vedo questi automatismi mi fermo. Perché il punto non è l’aumento. È il meccanismo.
Il ticket resta ancorato al 41 per cento del massimale NASpI. Se il massimale cresce, cresce anche il contributo dovuto in caso di cessazione di un rapporto a tempo indeterminato che può dare diritto alla disoccupazione: licenziamento, risoluzione consensuale in sede protetta in determinate ipotesi, dimissioni per giusta causa.
La struttura normativa non cambia. Si aggiorna l’importo.
Ed è qui che, da consulente, mi pongo una domanda.
Stiamo davvero ragionando sul costo complessivo del lavoro in modo complessivo? Oppure stiamo semplicemente lasciando che gli adeguamenti automatici si sommino anno dopo anno senza una riflessione più ampia?
Per una grande azienda, un incremento di nove euro per anno di anzianità è quasi invisibile. Per una microimpresa, dove ogni assunzione è una scommessa personale e ogni cessazione è una decisione sofferta, anche il costo “marginale” ha un peso simbolico.



